La riforma delle pensioni è vitale per la stabilità del Brasile

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Il presidente brasiliano Jair Bolsonaro ha ottenuto una significativa vittoria politica dopo l’approvazione, da parte del Senato, del suo piano di riforma del sistema pensionistico. L’introduzione di un’età minima per andare in pensione per i lavoratori del settore pubblico e privato, fissata a 65 anni per gli uomini e 62 anni per le donne (contro una media attuale di 56 anni per gli uomini e 53 per le donne), consentirà al governo federale di risparmiare 800 miliardi di reais (la valuta nazionale) nei prossimi dieci anni e di ripianare, progressivamente, il proprio deficit. Insegnanti, poliziotti federali, guardie carcerarie e lavoratori rurali saranno alcune delle categorie che potranno godere di regole speciali ed in ogni caso le innovazioni introdotte entreranno in vigore in un orizzonte temporale di 12-14 anni.

Un’economia in crisi

Bolsonaro è così riuscito ad imporsi in un ambito dove i suoi predecessori, nel corso degli ultimi trent’anni, avevano fallito ed ha dimostrato efficienza e rispetto verso le promesse elettorali. I mercati brasiliani hanno celebrato il passaggio legislativo e la stabilità delle finanze nazionali, già intaccata dal rallentamento dell’economia, sembra al momento preservata. Nuove incognite, però, gravano sul futuro e sullo sviluppo del Brasile. L’espansione del prodotto interno lordo continua a non essere soddisfacente ed anche per il 2019 dovrebbe attestarsi intorno all’1 per cento, una percentuale non lontana da quanto fatto registrare nel 2017 e nel 2018 ed insufficiente a far ripartire il motore del Paese. La crisi che aveva colpito la nazione nel biennio 2015-2016, quando il Pil si era contratto di oltre il 3 per cento, non è ancora stata del tutto superata. Il tasso di disoccupazione è piuttosto alto ed è stimato al 12,7 per cento, una cifra che secondo lo stesso presidente sottostima la realtà dei fatti. Una delle cause dei problemi  del Paese è inoltre il preoccupante aumento del debito pubblico, iniziato a crescere sotto l’amministrazione di sinistra di Dilma Rousseff e passato dal 51 per cento del 2013 all’attuale 77 per cento.

Le prospettive

Il sistema produttivo del Brasile deve crescere a tassi sostenuti per poter aspirare a raggiungere, nei prossimi decenni, i Paesi più sviluppati. Alcuni, importanti risultati sono stati già ottenuti: il tasso di povertà, ad esempio, è passato dal 45 per cento del 1999 al 21 per cento del 2017 mentre quello di alfabetizzazione, che nel 2000 raggiungeva l’86 per cento si è attestato, nel 2017, al 92 per cento. La progressiva inclusione di fasce sempre più estese della popolazione nel sistema economico nazionale è destinata a rivelarsi fondamentale per la costruzione di una società più prospera, stabile e democratica. La stabilizzazione del Brasile passa anche per una riduzione degli elevati tassi di omicidi registrati nel Paese ed anche in questo senso qualcosa inizia a muoversi, con una riduzione del 13 per cento, tra il 2017 ed il 2018, delle morti violente ed un ulteriore decremento registrato nei primi mesi del 2019. Il numero di persone uccise dalle forze di polizia, nel 2019, ha invece registrato un aumento del 19 per cento, uno sviluppo piuttosto preoccupante. La nazione ha, in ogni caso, le potenzialità per tornare a crescere in maniera sostenuta ed un’oculata gestione delle finanze pubbliche è destinata a favorire questa dinamiche.