Nel contesto delle relazioni bilaterali italo-cinesi il tema delle acquisizioni di Pechino nel sistema economico italiano e della conseguente influenza che ne deriva è di importanza fondamentale. La duratura e consolidata partnership tra Roma e Pechino, che si va gradualmente aprendo alla triangolazione col Vaticanoha nel corso degli anni conosciuto punti di notevole sviluppo come la firma del memorandum per l’adesione italiana alla “Nuova via della seta“, ma non va scordato il fatto che, coerentemente con il suo ruolo di grande potenza in corsa per un ruolo di portata globale, la Cina non abbia mancato di inserire il rapporto con l’Italia in una prospettiva geopolitica e strategica più ampia.

Di fronte ai dati pubblicati dalla Fondazione Italia-Cina nel recente rapporto “Cina 2020. Scenari e prospettive per le imprese” si può notare l’asimmetria tra la programmazione politica e strategica dell’azione cinese e la ben più titubante presa di posizione italiana. I rapporti bilaterali hanno una magnitudine considerevole sul fronte commerciale (44 miliardi di euro di interscambio, con un giro d’affari favorevole a Pechino per 18 miliardi), ma la capillarità della presenza cinese è evidenziata dall’organicità degli investimenti diretti esteri nel Paese operato da attori dell’Impero di Mezzo. Sono complessivamente 750 le imprese partecipate in Italia da attori cinesi, oltre a 500 direttamente controllate: gli investimenti giunti prima e dopo l’avvicinamento del Paese alla Belt and Road Initiative mobilitano ogni anno un giro d’affari superiore ai 25 miliardi di euro e una forza lavoro di 43mila dipendenti.

Le acquisizioni avvengono con sistematicità ad ogni livello, nei settori a più alto valore aggiunto o più strategici. Tra gli attori maggiormente coinvolti, si segnalano multinazionali come StateGrid e ChemChina. La prima ha da diversi anni una significativa quota del 35% nella finanziaria delle nostre reti energetiche elettriche, la Cdp Reti, che controlla Snam, Terna, Italgas. ChemChina, invece, è detentrice della maggioranza (45%) delle quote di Pirelli. Energia, reti, aziende ad alto potenziale strategico e innovative vedono una grande concentrazione di capitali cinesi. Il flusso si è recentemente interrotto con la pandemia di coronavirus, ma ha in passato creato concentrazioni notevoli: la Shangai Electric Corporationha comprato, già nel 2014, il 40% di Ansaldo Energia, mentre quote di Eni, Telecom, Enel e Prysmian sono sotto il controllo della People’s Bank of China. A sua volta interessata a Mediobanca e Generali.

Un analista specializzato nelle questioni geoeconomiche come il professor Marco Giaconi ha scritto invece di un tema meno noto, la scalata cinese a Pmi strategiche avvenuta negli scorsi anni: “La “Plati Elettroforniture” della zona di Bergamo, una delle PMI più innovative per le reti elettriche e le apparecchiature di settore, è stata acquisita dalla Shenzhen Deren Electronic, poi c’è anche la “Compagnia Italiana Forme Acciaio” di Senago, che è stata comprata da Changsha Zoomlion Heavy Industry, mentre la storica Benelli, motocicli e motociclette, è stata rilevata dal Qijanang Group”, ha elencato Giaconi su Babilon. Il dichiarato interesse cinese per l’ex Ilva di Taranto e il porto della città pugliese ha dunque forti corrispondenze in operazioni già avviate e, soprattutto, integrate.

Significativi i settori in cui La Stampa ha segnalato essere avvenute le più recenti acquisizioni di Pechino in Italia prima del Covid-19. Nel 2019 “le acquisizioni cinesi in Italia erano tornate a correre nel 119 milioni di dollari per rilevare Intek nella metallurgia, 112 per LFoundry nella tecnologia, 76 per MetaSystem nell’elettronica”. Sulla scia della connettività delle nuove rotte commerciali euroasiatiche ideate da Pechino, la Cina era anche arrivata a comprare tramite il Silk Road Fund il 5% di Autostrade per l’Italia, entrando di diritto nella partita strategica per il nuovo assetto del gruppo.

Pechino comprende la logica strategica della partita globale per le catene del valore, cercando di conseguenza di posizionarsi al loro interno nelle fasce in cui è garantita la massimizzazione del valore aggiunto. Da qui l’elevato interesse per gli investimenti in tecnologie di frontiera e settori dal grande potenziale industriale: quello cinese non è un capitalismo “predatorio” nel senso stretto del termine, ma altresì un capitalismo politico, come evidenziato nel suo saggio più recente dall’analista di Limes Alessandro Aresu. La Cina si inserisce nella competizione economica per trarre dividendi politici e strategici, e questo è dimostrato con forza da partite chiave come quella per la rivoluzione digitale e tecnologica che ha nel 5G la sua questione dirimente. Su temi del genere a lungo l’Italia ha tergiversato facendo finta di non capire o non accorgendosi del fatto che la scelta degli investimenti stranieri non sarebbe risultata in alcun modo neutrale, sia agli occhi della Repubblica Popolare che degli Stati Uniti fortemente critici dell’aumento della presenza cinese nel Belpaese.

Il problema non sta nello svuotamento del potenziale produttivo del Paese, quanto piuttosto nel timore degli alleati dell’Italia che la Cina possa acquisire per sè i dividendi dell’aumento di competenze tecniche, piattaforme di supporto e prospettive strategiche che gli investimenti produttivi (in gergo tecnico greenfield) possono generare. E l’Italia con la Cina ha sempre oscillato tra la quieta accettazione, pensando che fosse tutto un tema di bilance commerciali e di export oltre la Grande Muraglia di macchinari e prodotti tipici nostrani come controparte agli investimenti, e brusche chiusure seguite ai richiami alla realtà degli Usa e di istituzioni di sorveglianza come il Copasir. Un atteggiamento ambivalente, che sul 5G Huawei si è visto in atto, che ha finito per ridurre la credibilità politica del Paese su entrambi i fronti. La rete cinese in Italia è tessuta da tempo: va garantita la certezza che contribuisca al benessere del Paese senza turbare gli interessi nazionali di Roma. Nell’approccio a grandi potenze economiche bisogna sempre ricordare che è la politica a venire prima del business.

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