Mentre la Brexit diventa effettiva realtà il governo conservatore britannico di Boris Johnson si prepara a porre in essere la prima mossa strategica destinata a entrare in vigore dopo l’uscita dall’Unione Europea. E si tratta di una manovra che va in direzione contraria alle politiche economiche impostate dal Paese negli ultimi quattro decenni nei settori strategici: una nazionalizzazione.

Il governo britannico si avvia infatti alla nazionalizzazione della linea ferroviaria Northern Rail e, al contempo, a progettare la riapertura di alcune tratte chiuse quasi 60 anni fa. A dare la notizia il Guardian, anticipando le decisioni che saranno annunciate a breve dal ministro dei Traspori britannico, Grant Shapps. La manovra di nazionalizzazione, operativa dal primo marzo, coinvolgerà un gruppo operante dal 2004 nelle regioni storicamente industriali del Nord dell’Inghilterra, come lo Yorkshire, in cui recentemente i Tory hanno sfondato elettoralmente nell’ultima chiamata alle urne, conquistando le roccaforti rosse del Partito Laburista. 

Mezzo miliardo di sterline, secondo il Financial Times, il costo stimato di una manovra politica che porrà fine al controllo da parte della filiale britannica della tedesca Arriva sulla linea, che ogni anno gestisce 101 milioni di passeggeri su oltre 2.500 tratte. Northern Rail si muove su un terreno scivoloso, essendo stata penalizzata dalla mancanza di investimenti e dalle continue problematiche operative legate a un parco-treni obsoleto e per la maggioranza costituito da vettori a diesel.

L’aumento esponenziale delle cancellazioni dei servizi nel fine settimana, i ritardi cumulati e le carenze di personale hanno portato al rapido declino della popolarità della compagnia, il cui comportamento è stato definito “inaccettabile” nel luglio scorso dal Dipartimento dei Trasporti. Per il governo, una spesa di mezzo miliardo di sterline non sarebbe inaccettabile se confrontato col sussidio statale necessario a tenere in vita la Northern, salito nel 2018 da 286 a 404 milioni di sterline.

Il piano di Johnson è in questo senso meno rivoluzionario di quello integrale annunciato dal leader laburista Jeremy Corbyn in campagna elettorale, ma rivela le carenze infrastrutturali clamorose che una grande nazione come il Regno Unito deve ancora oggi sperimentare, la difficile connessione al resto del Paese di un’area indebolita e in affanno nel profondo cuore industriale dell’Inghilterra, le disuguaglianze tra il centro (Londra) e la periferia. Nodi che verranno al pettine con la Brexit, dopo la quale il governo sarà impegnato con l’obiettivo di mantenere il Paese coeso e promuovere una crescita economica inclusiva. Al declino infrastrutturale il Regno Unito, negli ultimi anni, ha deciso di rispondere invertendo la rotta nella governance.

“La nazionalizzazione della linea Virgin-Stagecoach East Coast risale a meno di due anni fa e si parla anche di riportare sotto il controllo dello Stato anche la tratta South-Western”, scrive Agenzia Nova. Nazionalizzare per creare un unico attore pubblico centrale o per imporre nuove gare di servizio più efficaci e profittevoli per i cittadini? Le opzioni per Londra sono diversificate, ma nel breve periodo “le difficoltà del sistema ferroviario britannico avranno certamente un peso nell’imminente decisione del governo sulla costruzione della linea ad alta velocità HS2 per collegare Londra a Manchester e Leeds via Birmingham”. Mostrare interesse politico per il settore è dunque prioritario per il Regno Unito, che si trova nella necessità di attrarre investimenti produttivi al di fuori della metropoli londinese per promuovere uno sviluppo integrale nel Paese dopo la Brexit.

Johnson ha iniziato con l’aumento del salario minimo maggiore della storia britannica. Ma ora bisogna creare occupazione nelle aree più depresse del Paese, e le infrastrutture possono essere un volano non indifferente. Negli anni staremo a vedere se il governo conservatore prenderà in mano l’iniziativa o se aprirà a una nuova concessione delle linee subordinata a più stringenti controlli gestionali.