Archiviata la pandemia di Sars-CoV-2 e superate le rigide restrizioni della Zero Covid Policy, la Cina ha riaperto i suoi confini portando le lancette al dicembre 2019. Il motore del gigante asiatico è tornato a scoppiettare in attesa di riprendere i ritmi dei tempi d’oro.

Negli ultimi 4 decenni, del resto, il Dragone si è lanciato in un’ascesa che non ha eguali nel mondo. Dal 1978, anno delle riforme economiche, ad oggi, il pil cinese è cresciuto mediamente del 9% all’anno, consentendo a circa 800 milioni di cittadini di sfuggire alla povertà e trasformando il Paese in una potenza globale capace di mettere in apprensione gli Stati Uniti.

Un percorso invidiabile e unico, quello della Repubblica Popolare Cinese, che deve tuttavia tener conto di alcune, recenti, preoccupazioni a lungo termine. Le più importanti: il calo demografico, il rallentamento – se non la fine – del boom immobiliare che ha contribuito alla crescita economica cinese e i nuovi diktat del Partito Comunista Cinese. Molto più interessato a garantire la sicurezza nazionale che non la prosperità delle grandi aziende, l’autosufficienza nei settori più critici che non l’interdipendenza con il resto del pianeta.

È in uno scenario del genere che la rapida ascesa economica della Cina sta rallentando, proprio nel periodo in cui dovrebbe avviarsi il “grande ringiovanimento” cinese promesso da Xi Jinping.

Picco e maturazione

L’economia cinese starebbe subendo una definitiva maturazione, o per meglio dire, come ha sottolineato l’Economist, starebbe per raggiungere il picco massimo della sua crescita.

È una previsione coraggiosa, visto che la maggior parte delle vecchie previsioni economiche sulla Cina non si è mai verificata. Eppure, se un decennio fa gli analisti prevedevano il sorpasso del pil cinese su quello statunitense durante la metà del XXI secolo, ai tassi di cambio del mercato, adesso quegli stessi esperti hanno orientato le loro stime verso una sorta di parità economica. Dunque, niente più sorpasso Cina-Usa ma parità.

È in quest’ottica che sono emerse svariate teorie. Un punto di vista interessante è quello secondo cui il potere cinese cadrà rispetto ai rivali, rendendo potenzialmente più pericolosa la stessa Cina. In un libro dell’anno scorso, gli studiosi Hal Brands e Michael Beckley hanno reso popolare una teoria rinominata “Peak China“.

Detto altrimenti, Pechino starebbe facendo i conti con un decadimento e avrebbe quasi raggiunto “il punto in cui è abbastanza forte da interrompere in modo aggressivo l’ordine esistente, ma sta perdendo la fiducia che il tempo sia dalla sua parte”.

Quale futuro per l’economia cinese?

La tesi del Peak China si basa sull’osservazione che alcuni venti favorevoli alla Cina si starebbero trasformando in venti contrari, ostacolando il progresso del Paese. Prendiamo la demografia: la popolazione cinese in età lavorativa è in declino da circa un decennio. I tentativi del Partito di convincere le coppie cinesi ad avere più figli non stanno funzionando, mentre le Nazioni Unite ritengono che entro la metà del secolo la popolazione cinese in età lavorativa possa diminuire di oltre un quarto.

E che, di conseguenza, le spese per il welfare e per la cura degli anziani possano aumentare in maniera rilevante, spingendo al ribasso altre allocazioni di risorse (ad esempio nelle infrastrutture, altro segreto della roboante crescita cinese).

Le tensioni geopolitiche hanno inoltre reso le aziende straniere desiderose di diversificare le rispettive catene di approvvigionamento, così da essere quanto più impermeabili dalla Cina. Gli Stati Uniti, dal canto loro, intendono ostacolare le capacità di Pechino in alcune tecnologie “fondamentali”, attraverso, ad esempio, il divieto di esportare determinati semiconduttori e macchine alle aziende cinesi.

Di fronte ad un eventuale traiettoria economica piatta, come potrebbe reagire la Cina? Ci sono due possibili ipotesi. La più ottimista prevede ipotetiche modifiche attuate da Xi per aumentare la crescita della produttività e la qualità di vita dei cittadini. In che modo? Dando più libertà all’economia cinese. L’ipotesi più pessimista, invece, ritiene che la Cina diventerà più aggressiva man mano che la sua ascesa economica continuerà a calare.

La sensazione è che il Dragone possa imboccare una via mediana, anche se lanciarsi in previsioni così azzardate rischia di essere pericoloso. Certo è che nel 2022 Goldman Sachs ha rivisto le sue previsioni, sottolineando che l’economia di Pechino potrebbe superare quella Washington nel 2035. E non nel 2026, come ipotizzato una decina di anni fa.  

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