Passata sotto traccia nei media nelle ultime giornate, l’acquisizione da parte di Hhla (Hamburger Hafen und Logistik AG), compagnia di logistica partecipata dall’ente amministrativo federale della città tedesca di Amburgo del nuovo grande terminal del porto di Trieste segnala un’importante evoluzione nei rapporti geoeconomici tra l’Europa e la Cina.

La Germania entra a gamba tesa investendo un miliardo di euro nello scalo italiano più oggetto di attenzioni nel contesto della strategia geoeconomica di Pechino, che vedeva nei porti italiani un terminal ideale per le rotte marittime della “Nuova via della seta”. A poche settimane dalle sanzioni statunitensi contro il colosso delle costruzioni cinese Cccc Berlino prende in contropiede Pechino: e la manovra ha ben più che un semplice valore segnaletico. Misura, infatti, la volontà tedesca di evitare che la crescente penetrazione cinese in Europa finisca per togliere spazio alla tradizionale centralità geoeconomica di Berlino.

Angela Merkel e il suo governo non hanno mai fatto mistero di voler fare del rapporto con la Cina un asse strategico privilegiato per i commerci di Berlino: la Germania ha puntato a più riprese a potenziare la sua posizione commerciale in Oriente, risultando uno dei pochi Paesi depositari di un surplus commerciale con Pechino, e ha guardato di buon occhio alla crescente volontà cinese di ampliare il posizionamento strategico in Europa orientale che migliorava connettività e resilienza infrastrutturale nelle basi manifatturiere in Paesi come Ungheria, Repubblica Ceca, Polonia. Poi la musica è cambiata.

Per due decenni la crescita cinese ha fatto la fortuna dell’economia tedesca perché le imprese avevano bisogno di componentistica, robot e tantissime altre componenti che hanno permesso al dragone di diventare la fabbrica del mondo”, sottolinea Il Sussidiario. “Oggi le aziende cinesi competono molto efficacemente, con costi insostenibili per le aziende europee, anche sull’alto di gamma. Il vantaggio tecnologico tedesco si è ridotto moltissimo e in alcuni settori si è annullato”. Le aziende cinesi competono su tutti i livelli con quelle tedesche, e nonostante la Merkel sia venuta a patti con Pechino in campi come le telecomunicazioni e il 5Gla percezione crescente a Berlino è che Pechino sia oramai da considerare un rivale strategico. Il tutto per ragioni decisamente di matrice economica e diverse da quella che animano la “guerra fredda” tra Pechino e gli Stati Uniti.

Logico che su questo filone Berlino abbia iniziato a percepire come invasiva la presenza cinese nel territorio dell’Unione Europea. Approfittando della sostanziale irrilevanza geopolitica dell’istituzione comunitaria e sfruttando la leva commerciale Pechino negli ultimi anni ha fatto quel che alle grandi potenze riesce meglio: utilizzare i fattori di influenza per acquisire rilevanza in campo internazionale. Un analista di peso come Giancarlo Elia Valori ha elencato su Formiche gli scenari che vedono la Cina protagonista in Europa: il più rilevante, in questo contesto, appare il formato 16+1 che vede Pechino confrontarsi con i Paesi dell’Europa orientale (tra cui sono inclusi  la Repubblica Ceca, la Polonia, l’Ungheria, l’Albania, la Bosnia-Erzegovina, la Bulgaria, la Croazia, l’Estonia, l’Ungheria, la Lituania, la Romania, la Serbia, la Macedonia, il Montenegro, la Slovacchia, infine la Slovenia), a cui si è aggiunta recentemente la Grecia, per la cooperazione in materia di sviluppo economico, commerciale, infrastrutturale. Poi c’è l’Italia, unico Paese del G7 firmatario del memorandum per le vie della seta e in cui la rete economica di Pechino è ben tessuta, pur intrecciandosi con l’ordito tedesco in alcuni dossier (vedasi Autostrade).

La mossa sulla direttrice Amburgo-Trieste segnala che a Berlino si sta pensando di alzare l’asticella del confronto con Pechino: lo scalo giuliano, abbandonato alle mire cinesi, avrebbe potenzialmente creato un polo di attrazione mediterraneo concorrente della piazza anseatica. E al tempo stesso avrebbe orientato la strategica regione dell’Europa balcanica verso la Cina: la geoeconomia e la battaglia per le catene del valore chiamano all’azione le potenze europee per riequilibrare strategicamente i rapporti con Pechino. E tutto questo indipendentemente dalle pressioni statunitensi: l’Italia, anche in questo ambito, si ritrova oggetto e non soggetto della partita. Giochiamo in seconda fascia e anche su Trieste la partita è tra stranieri: la Germania, la Cina e, sullo sfondo, gli Stati Uniti osservatori interessati. Mentre in Europa orientale numerosi governi, dai Paesi di Visegrad alla Serbia, stanno iniziando a passare dalla fase delle strette di mano a richieste di collaborazione più realistica con Pechino, non necessariamente ostili. Un’iniziativa a tutto campo del governo italiano, che tra 5G, dinamiche legate ai porti e investimenti strategici deve chiarire diversi dossier con Pechino, sarebbe ora più che mai benvenuta.

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