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Lo scorso venerdì a Città del Messico, alti rappresentanti di Gran Bretagna, Canada, Ue, Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Spagna e Stati Uniti, si sono riuniti presso l’ambasciata americana per via di una vicenda che desta non poche preoccupazioni. Si tratta della nuova politica energetica messicana del presidente Lopez Obrador che starebbe mettendo i discussione i contratti miliardari che il Messico ha in ballo con il resto del Mondo, con il pretesto di volerli rinegoziare perché troppo svantaggiosi per il Paese.

La nuova politica energetica e il Plan Nacional de Desarrollo

Circa un anno fa, in occasione del forum “Nuova politica energetica per il benessere del Messico“, tenutosi a San Francisco de Campeche, il segretario all’Energia, Rocío Nahle, dichiarò che per il futuro sessennio il Messico avrebbe scelto una politica energetica in cui assegnare risorse straordinarie sia per la perforazione e lo sfruttamento dei depositi, sia per la trasformazione industriale attraverso le raffinerie, ma anche camminare verso l’energia pulita in nome della legge sulla transizione energetica approvata nell’ottobre 2015: questa prevede che, entro il 2024, il 35 percento dell’elettricità provenga da energia pulita. Proprio in quell’occasione Nahle sottolineò l’importanza di combattere il “furto” di idrocarburi e la necessità di attuare una strategia per una distribuzione sicura dei carburanti. L’obiettivo finale però sarebbe quello di riottenere sovranità e sicurezza energetica dopo “politiche errate” al fine di “riguadagnare il controllo” delle risorse del Paese. Cosa vuol dire? Dopo queste prime manovre il presidente messicano ha chiarito il suo intento annunciando di voler porre fine alla politica di privatizzazione del settore elettrico. L’intenzione del presidente è quella di rafforzare la Comisión Federal de Electricidad (Cfe) che appartiene allo Stato, appunto.

La sterzata e i timori

Le preoccupazioni più ampie sulle politiche economiche di Lopez Obrador hanno indebolito gli investimenti in Messico lo scorso anno e hanno contribuito ad un rallentamento che ha spinto l’economia verso una lieve recessione. Le aziende di tutto il Mondo si sono impegnate a investire miliardi di dollari in Messico a seguito di modifiche costituzionali per aprire il mercato dell’energia, in particolare per il petrolio e il gas, realizzate dal predecessore di Lopez Obrador, Enrique Pena Nieto. Lopez Obrador ha frenato il processo di liberalizzazione, sostenendo l’assenza di benefici per il Messico. Una particolare disputa si concentra su chi avrebbe il diritto di operare attorno ad un’importante scoperta di greggio offshore in un serbatoio a cavallo delle aree detenute dalla compagnia petrolifera statale Petroleos Mexicanos (Pemex) e da un consorzio di investitori privati ​​guidato dagli Stati Uniti. L’anno scorso, il governo di Lopez Obrador ha anche messo in allarme alcuni paesi minacciando di stracciare circa 12 miliardi di dollari di contratti stipulati sotto Pena Nieto per la costruzione di una serie di gasdotti, bollandoli come delle vere e proprie “rapine” per i contribuenti.

Sebbene quella disputa alla fine sia stata risolta, sono emersi nuovi conflitti e nuove perplessità. I passi del governo per rafforzare la Cfe hanno ridotto gli incentivi per il capitale privato a entrare in progetti rinnovabili, annebbiando ulteriormente la fiducia degli investitori in Messico. Parte del denaro legato agli investimenti energetici in Messico è collegato a fondi pensione in Europa e Nord America e i critici delle politiche del governo temono che i rendimenti decrescenti sugli investimenti energetici messicani possano quindi colpire i pensionati.

Il leader aveva concluso lo scorso anno annunciando che, nel caso in cui le compagnie straniere incaricate di generare energia non effettuassero investimenti entro la fine del mandato, ovvero dicembre 2024, la Cfe sarà pronta a riprendere il 70 per cento del mercato interno. Ad oggi, aveva sostenuto lo scorso dicembre Lopez Obrador, il 56 per cento del mercato è della Cfe e il 44 per cento è per il settore privato. “Se fosse continuata questa politica la Cfe avrebbe finito per produrre il 20 per cento della domanda. L’intenzione era di togliere di mezzo la Cfe, sottrarle tutto il mercato, cosa che non accadrà”, aveva sottolineato il presidente.

Perché il Messico è importante per l’Italia

Il presidente messicano aveva incontrato lo scorso agosto a Città del Messico l’amministratore delegato di Eni Claudio Descalzi. In quell’occasione si era discusso dell’Area 1 (Eni 100%), situata nell’offshore dello Stato di Tabasco, nella quale nello scorso mese di giugno è iniziata la produzione dal campo Miztón, la prima ottenuta attraverso accordi e contratti assegnati nell’ambito della riforma energetica messicana. Eni è presente in Messico dal 2006, e nel 2015 ha costituito la controllata Eni Mexico, che attualmente detiene partecipazioni in vari blocchi (8 per la precisione), tutti situati nel bacino di Sureste, nell’offshore del Golfo del Messico. I primi rapporti dell’ente italiano con il Messico risalgono al 1967 con Agip Petroleum Co e, dal 2015 le attività di esplorazione e sviluppo di idrocarburi si sono concentrate nell’offshore del Paese. Nel 2019 l’Eni ha avviato avviato la cosiddetta “early production” del giacimento Miztón, primo step dello sviluppo di un grande hub petrolifero. L’ Eni, inoltre, opera anche nelle Aree 10 (Eni 80%), 14 (Eni 60%) e 7 (Eni 45%), situate nel bacino di Sureste.

Recentemente Eni ha annunciato una nuova scoperta nelle acque medio profonde del Blocco 10, nella Cuenca Salina del bacino di Sureste nell’offshore messicano. Questa ulteriore scoperta fa oggi del Messico un Paese importante nella strategia futura per Eni. L’ente italiano sta attualmente producendo circa 15.000 barili al giorno dall’Area 1 e prevede di raggiungere l’obiettivo di 100.000 barili al giorno nella prima metà del 2021. L’azienda ha inoltre in programma una importante campagna esplorativa nelle altre licenze che detiene nell’offshore messicano.

L’Italia, ovviamente, non è l’unico Paese ad investire nel lungo periodo nelle risorse messicane. E’ questa la ragione dei timori da cui è scaturito il vertice, timori comuni ad altri Paesi europei, al Canada e agli Stati Uniti, che in questa fase temono che una stretta governativa sulle risorse messicane possa fare carta straccia di accordi e contratti pregressi. Dal vertice ad alta tensione non è trapelato quasi nulla: i partecipanti, raggiunti dai microfoni della Reuters hanno perfino optato per un no comment e richiesto di restare anonimi. Al momento, anche il governo messicano sembra non commentare il meeting.