La peste suina africana continua a devastare la Cina. Il virus, nel 90% dei casi letale per le bestiole che lo contraggono, ha falcidiato gli allevamenti di maiali presenti in tutto il paese. I numeri ufficiali parlano di oltre un milione di esemplari morti o abbattuti dagli allevatori per evitare il rischio contagio, ma altre altre fonti parlano di centinaia di milioni di maiali infetti, e quindi soppressi.

La situazione è tragica per due motivi. Prima di tutto perché la Cina ospita quasi 500 milioni di maiali, cioè la metà dei suini da allevamento dell’intero pianeta, un record che consegna all’ex Impero di Mezzo il primo posto nella classifica dei produttori mondiali di carne suina. In seconda battuta è importante sottolineare come da queste parte la carne suina sia utilizza tantissimo all’interno dell’alimentazione cinese, tanto che arriva a toccare i due terzi del consumo totale di carne da parte dei commensali con gli occhi a mandorla. A causa dell’epidemia di peste suina il prezzo della carne di porco ha subito un’impennata, e lo scorso agosto è salito del 46% rispetto al mese precedente.

I maiali e la distensione

L’emergenza nazionale cinese ha paradossalmente avvicinato i due grandi nemici: Donald Trump e Xi Jinping. Quest’ultimo ha intenzione di acquistare un’ingente quantità di carne suina non infetta dal mercato americano; si parla di circa due milioni di tonnellate, in parte provenienti anche dall’Europa. I maiali potrebbero dunque essere la chiave di volta nelle relazioni commerciali tra i due paesi, impegnati da mesi in un estenuante guerra dei dazi, e i primi effetti non sono tardati ad arrivare.

La motivazione ufficiale è quella di “non turbare l’imminente 70esimo della fondazione della Repubblica popolare”, altri sostengono che Trump abbia invece fiutato i bisogni di Xi. In ogni caso, il tycoon ha congelato i nuovi dazi da 12 miliardi di dollari sulle merci cinesi rimandandoli di 15 giorni. Come se non bastasse, la prossima settimana è in programma un nuovo incontro tra i negoziatori di Washington e Pechino per trovare una pace commerciale capace di porre fine alla Trade War.

Un accordo che piace a tutti

La Cina, a sua volta, ha sospeso i dazi su alcuni prodotti americani, tra cui medicinali, semi di soia e carne di maiale. Il puzzle inizia così a comporsi e l’immagine diventa sempre più nitida. Pechino, dovendo riempire al più presto le scorte del paese con carne di maiale non infetta, è pronta a seppellire l’ascia di guerra e ha già lanciato un segnale all’uomo d’affari che presiede la Casa Bianca; Trump ha raccolto l’assist al volo, a sua volta è disposto a riaprire i negoziati e non vede l’ora di sfruttare la situazione a proprio vantaggio. Grazie alle imminenti esportazioni agroalimentari verso la Cina, infatti, gli agricoltori e gli allevatori dell’America Profonda – quelli che più di tutti avevano subito le conseguenze economiche della guerra dei dazi – possono tornare a sorridere. E magari riusciranno pure a perdonare Trump.

L’epidemia fa paura

Nel frattempo le proiezioni per il futuro non lasciano presagire niente di positivo. A causa della peste suina, la Cina potrebbe perdere un terzo dei suoi maiali che, giusto per rendere l’idea, equivale al numero dei maiali presenti in tutta l’Unione Europea. L’unico modo per arginare l’epidemia è quello di abbattere gli animali portatori del virus, ma non tutti gli allevatori sono disposti a perdere le loro fonti di sostentamento economico. E così la malattia continua a espandersi.

Il governo centrale ha imposto alle amministrazioni locali di risarcire gli allevatori di 200 euro per ogni maiale infetto abbattuto, ma le casse della periferia cinese sono a secco di denari. Anche i media si danno un gran da fare per riempire di elogi coloro che allevano maiali, per la paura che a causa dell’epidemia nessuno voglia più alimentare un settore capace di generare un fatturato annuo di 104 miliardi di euro. La sensazione è che fermare questa epidemia non sarà affatto semplice.

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