Il dossier Atlantia-Autostrade per l’Italia si fa sempre più complesso e, anzi, la partita finanziaria diventa letterlmente globale dopo l’annuncio dell’offerta di Cassa Depositi e Prestiti in sinergia con due importanti operatori esteri: gli australiani di Macquarie e gli americani di Blackstone.

Questa appare la nuova cordata che si propone di rilevare la partecipazione maggioritaria in mano ad Atlantia, la holding della famiglia Benetton, in Aspi, dopo che la strategia delineata nel memorandum estivo non ha portato ad un sostanziale cambiamento di passo. Macquaire era stato ai tempi indicato, secondo indiscrezioni raccolte da Repubblica, tra i potenziali alleati del gruppo di Fabrizio Palermo nella scalata ad Autostrade dopo l’uscita dei Benetton, ma ora assumerà un ruolo centrale nella trattativa, dato che la proposta prevede una maggioranza relativa (40%) delle quote della newco che controllerà Aspi in mano a Cdp e il rimanente 60% spartito tra il fondo australiano e l’arrembante società statunitense, tra i leader globali nel settore degli hedge fund.

La partita si prevede complessa perchè, allo stato attuale delle cose, un grande numero di veri e propri colossi industriali e finanziari di tutto il mondo sarà coinvolto nelle trattative e difficilmente la cordata acquirente potrà, per questo motivo, sperare di spuntare un prezzo di favore rispetto a quello che sarà deciso dalle dinamiche di mercato. Proprio quanto di più diverso ci potesse essere dalle intenzioni iniziali del governo di Giuseppe Conte, che sperava in un passaggio “pilotato” a Cdp attraverso la graduale diluizione delle quote in mano ai Benetton in Aspi.

Sono infatti diversi gli operatori interessati alla partita:

  • Autostrade per l’Italia ha tra i suoi investitori il consorzio Appia (che unisce la tedesca Allianz e la francese Edf al fondo Dif), detentore del 7% delle quote, e il cinese , forte di una quota del 5% Silk Road Fund. 
  • Atlantia a sua volta ha al suo interno quote consistenti detenute da fondi (il singaporense Gic detiene l’8,29%) e banche d’affari (Lazard e Hsbc sono attorno al 5%).

Tutti questi operatori si aspettano una consistente remunerazione. I possessori del 12% delle quote di Aspi entrarono quando il valore totale del gruppo era di poco inferiore ai 15 miliardi di euro, e anche andando al ribasso difficilmente potrebbero aspettarsi di vedere l’intera società valutata meno di 11,5 miliardi dopo aver già imposto svalutazioni non secondarie alle loro partecipazioni. I fondi e le banche d’affari partner dei Benetton sono al tempo stesso pronti a ottenere il massimo profitto e difficilmente accetteranno di partire come base negoziale da quei 9 miliardi di euro che la cordata è pronta a proporre.

C’è poi da sbrogliare, in caso di successo della cordata Cdp-Macquaire-Blackstone, il nodo della governance. Come fa notare Il Sole 24 Ore, “anche se Cassa punta ovviamente ad essere il socio di riferimento e a nominare l’Ad e il presidente […] né Macquarie né Blackstone sono soci pazienti (come potrebbero essere un fondo pensione o un fondo sovrano) ma sono private equity in genere abbastanza aggressivi sul fronte gestionale”. La Cassa, braccio operativo dello Stato italiano, è in questi mesi estremamente impegnata (dal caso Borsa Italiana sino alla fusione Nexi-Sia), ma impegnare le sue dotazioni in una trattativa tanto complessa impone la necessaria serietà strategica. E se sarà confermato quanto scritto dal quotidiano Domani, e cioè che su proposta del Ministro dei Trasporti Paola De Micheli Cdp e i fondi di investimento stranieri che fanno parte della cordata dovrebbero pagare un prezzo tra i quattro e cinque miliardi solo per compensare la redditività dell’azienda, affossata dal crollo del ponte Morandi, si nota quanto complessa possa diventare il cammino verso il ritorno delle Autostrade nel perimetro pubblico.

Da non sottovalutare la sovrapposizione di interessi divergenti di potenze straniere per un Paese, l’Italia, la cui rete infrastrutturale è cruciale per la connettività geoeconomica tra Europa e Mediterraneo. L’attivismo della finanza statunitense e della sua alleata australiana in funzione anti-cinese va di pari passo con la presenza segnaletica tedesca e francese. Il dossier Aspi è dunque a tutti gli effetti una partita di economia internazionale. Come scrivevamo su Kritica Economica, “una concentrazione di interessi tanto grandi imporrà a Cdp e al governo programmazione strategica e scelte lungimiranti di politica economica e industriale: e questo è ciò che sembra maggiormente mancare a un esecutivo senza visione. Le Autostrade saranno veramente pubbliche quando di matrice pubblica saranno gli indirizzi programmatici, gli investimenti strategici e le coordinate di riferimento delle mosse aziendali”. Avendo scelto di mettere nelle mani delle dinamiche di borsa e di mercato il futuro di Aspi il governo Conte non potrà stupirsi se la trattativa si farà lunga, complessa e torbida come è solito accadere in questi casi.

Da valutare in questo contesto il possibile inserimento di un ulteriore convitato, il fondo britannico TCI guidato da Chris Hohn che ha annunciato di voler salire fino al 10% del capitale in Atlantia (aveva in mano un’opzione a riguardo su circa il 6% delle azioni e ha aumentato con l’effetto-leva la sua partecipazione), indicando in almeno 11-12 miliardi il valore di Aspi. Mossa in sostegno del mantenimento di quote di Atlantia in Aspi? Appoggio esterno all’azione che vede coinvolti Macquaire e Blackstone? Semplice azione opportunistica? Ancora presto per dirlo: ma forse non basterà la fine del 2020 per veder finalmente conclusa la vicenda finanziaria e politica apertasi col disastro di Genova del 14 agosto 2018.