Economia /

Sebbene sia ancora una piccola percentuale dell’approvvigionamento energetico complessivo, l’energia verde è la fonte energetica in più rapida crescita al mondo, provocando quindi l’allontanamento degli investimenti dalle fonti energetiche tradizionali (carbone, oil & gas).

Questa nuova economia energetica, definita green economy, si fonda su risorse minerarie particolari rappresentate da una serie di minerali quali il litio, il cobalto, quelli del gruppo del platino (definiti Pgm – Platinum Group Metals) e quelli che vengono chiamati Terre Rare, o in inglese Ree (Rare Earth Elements).

Queste risorse sono infatti necessarie per costruire turbine eoliche, pannelli solari e batterie per l’accumulo di elettricità necessarie per i veicoli elettrici e per lo stoccaggio dell’energia immessa in rete.

Negli ultimi due decenni, la Cina ha lentamente e costantemente costruito un dominio globale nella filiera delle materie prime necessarie per la green economy e sta usando questa posizione di vantaggio per i propri fini politici. Bloccando l’esportazione di minerali cruciali, la Cina potrebbe minacciare parte dei fabbisogni energetici, dei sistemi di trasporto e dell’economia statunitense. A maggio del 2019, ad esempio, è successo un fatto non secondario: il presidente Xi Jinping durante un viaggio nella provincia di Jiangxi, ha fatto una visita “a sorpresa” nello stabilimento della Jl Mag Rare Earth Co. Ltd, azienda leader nel settore dell’estrazione e produzione di Terre Rare.

L’effetto immediato della visita del Presidente è stato quello di vedere le azioni della Jl Mag schizzare in borsa raggiungendo il limite di rialzo quotidiano per il mercato cinese. Apparentemente i due fenomeni sembrerebbero slegati, ma la presenza, insieme a Xi Jinping, del vicepremier Liu He, unita alla tempistica che cadeva in concomitanza con la decisione degli Stati Uniti di sospendere le licenze del sistema operativo per telefonia mobile Android alla compagnia cinese Huawei, ha fatto ritenere che la visita fosse tutto fuorché casuale.

Liu He è infatti anche capo negoziatore con gli Stati Uniti sulla questione del commercio e la sua stessa presenza in quella occasione ha lasciato presagire una possibile ritorsione cinese che avrebbe potuto colpire le esportazioni di questa vitale risorsa commerciale. Ritorsione che non c’è stata, ma che resta sempre come una spada di Damocle che pende su ogni futura decisione statunitense che riguardi la politica economica di Pechino.

Il controllo della produzione di queste risorse, come il litio, fondamentale per le batterie, o il lantanio, cerio e neodimio, presenti in innumerevoli prodotti sia della nostra quotidianità (come schermi Tv o hard drive di Pc) sia di livello militare o altamente specializzato (come magneti, superconduttori, turbine, laser, sistemi di guida di missili e satelliti) assume i toni di una vera e propria guerra, per il momento solo commerciale, che si combatte su scala globale. La Cina, proprio nel campo delle Terre Rare, la fa da padrone in quanto è l’unico Paese al mondo capace di controllarne tutta la filiera produttiva: ha infatti tra i più grandi giacimenti di questi minerali e fornisce il 97% del totale mondiale di questa risorsa in quanto è in grado di riprocessare il minerale grezzo in risorsa sfruttabile, facendone praticamente un monopolio seguito, a larghissima distanza, dagli Stati Uniti.

Un controllo che non riguarda solo l’ambito domestico: Pechino sta allungando le mani sulle miniere di queste risorse sparse un po’ ovunque nel mondo. Sappiamo infatti, per quanto riguarda il fondamentale litio che diverse società cinesi stanno accaparrandosi ampie fette delle imprese che estraggono questa risorsa: la Great Wall Motors, ad esempio, ha rilevato il 3,5% dell’australiana Pilbara Minerals ed ha intenzione di raddoppiarne la produzione per far fronte alle maggiori richieste di mercato. In Messico, un enorme giacimento di litio recentemente scoperto, vede la partecipazione, in una joint venture, della Ganfeng Lithium (al 22,5%).

Non solo litio ma anche cobalto, altro elemento fondamentale per le batterie. Anche qui Pechino sta assumendo posizioni di forza in tutta la filiera produttiva: la Gem, fornitore del gigante delle batterie Catl, ha sottoscritto un colossale contratto con Glencore che prevede l’accaparramento di un terzo della sua produzione totale di cobalto in Congo, uno dei maggiori Paesi produttori di questa risorsa, per un totale di 52800 tonnellate, ovvero pari a più della metà di quanto estratto da tutte le miniere del mondo l’anno scorso.

Non bisogna però pensare che gli Stati Uniti siano del tutto “fuori mercato”: per quanto riguarda il litio, ad esempio, con la miniera di Humboldt County (Nevada), erano al primo posto per riserve probabili (179,4 milioni di tonnellate) prima della scoperta della miniera messicana, seguiti dall’Australia con Port Hedland (151,9 milioni di tonnellate) e da Pilgangoora lithium-tantalum project (108,2 milioni di tonnellate) sempre in Australia.

Anche le Terre Rare benedicono il sottosuolo statunitense, se pur in una frazione rispetto al gigante asiatico, ma in questo caso il problema è che i processi di “raffinazione” vengono fatti in Cina, e infatti non è un caso che tra i dazi immessi dal presidente Donald Trump non ve ne siano che colpiscono il commercio di queste risorse. Stante questi dati alla mano risulta quindi più comprensibile la politica della Casa Bianca in questi quattro anni che ha ridato vigore alle fonti energetiche tradizionali: il fine era quello di slegarsi dal predominio cinese. La green economy però avanza inesorabilmente, e gli Stati Uniti corrono il serio rischio di essere messi sotto scacco dalla Cina che ha cominciato la sua scalata a questo mercato sin dagli anni ’90.

Con la prossima presidenza di Joe Biden, che si è detto favorevole al rilancio della green economy, questo predominio cinese potrebbe diventare un problema. I progetti del neo presidente per un settore energetico a zero emissioni di carbonio entro quindici anni, si scontreranno con la debolezza delle società americane nel campo degli approvvigionamenti minerari e nella filiera di trasformazione. In questo momento, infatti, gli Stati Uniti importano il 100% degli oltre 20 minerali chiave necessari per l’energia verde ed è quasi altrettanto dipendente dalle importazioni di minerali delle Terre Rare. Quindi Washington, se non fa qualcosa, avrà bisogno di Pechino per la sua transizione verso la green economy.

Oltre Atlantico ritengono, un po’ ottimisticamente, di poter ridurre questa dipendenza. Leggiamo su The National Interest che gli Stati Uniti possono iniziare a diminuire questo svantaggio aumentando l’estrazione casalinga di minerali, in particolare proprio le Terre Rare, snellendo contemporaneamente le pratiche burocratiche per poter iniziare nuove attività estrattive pur mantenendo il giusto livello di preservazione dell’ambiente come avviene già in Canada o in Australia.

La geologia però non segue le regole, e i desiderata, della geopolitica, pur condividendone il prefisso, e le quantità di minerali stimate in giacimento non possono essere cambiate. Si pensa anche di aumentare l’attività di riciclo di certi elementi, e questo è sicuramente utile, ma non sarà risolutivo perché il riciclaggio non immette nuova risorsa e pertanto coprirà solo una parte delle nuove richieste del mercato. Parallelamente l’idea vincente, forse, è quella di aumentare i legami internazionali per mettere le mani sulle miniere che si trovano all’estero, esattamente come sta facendo la Cina da anni. Una scelta obbligata, a nostro parere, che però aprirà una nuova parentesi di guerra commerciale con la Cina, questa volta sulle risorse minerarie, che potrebbe avere implicazioni pesantissime in quei Paesi più poveri e meno rigidi dal punto di vista delle tutele ambientali e sociali.

Sogni di diventare fotoreporter?
SCOPRI L'ACADEMY