Se il villaggio globale aveva assistito -parallelamente al suo sviluppo- all’evoluzione di fenomeni glocal, intesi come reazione uguale e contraria all’interdipendenza esasperata, la pandemia ha premuto nettamente il freno sulla globalizzazione, quasi come una necessità per raffreddare il sistema internazionale scottato dal Covid-19.

La sindrome d’assedio

Questo raffreddamento progressivo ha assunto accenti economici nell’ultimo decennio, soprattutto a seguito della crisi economica che, proprio come un’epidemia, è partita dagli Stati Uniti per diffondersi nel resto del mondo. Anche le misure protezionistiche, le grandi muraglie del Terzo Millennio, sono state un segnale chiaro di questo cambio di passo tanto che, giusto fino a poco prima dello scoppio della pandemia, la guerra dei dazi tra Usa e Cina stava dominando l’agenda geopolitica mondiale. La pandemia, poi, ha costretto a un’ulteriore frenata che ha bloccato attraverso maglie invisibili flussi di persone, capitali, servizi, beni: gli scaffali dei supermercati vuoti ce ne hanno dato una prova scioccante. Ma al di là di gesti simbolici e cooperativi il sistema mondo, quello dell’effetto farfalla, è stato messo sotto scacco dal suo atavico vizio di forma: l’ineluttabilità dell’effetto “confine” dal sapore sovranista. Trattenere mascherine, trattenere vaccini, trattenere persone, in piena sindrome d’assedio.

Assieme a ciò, i Paesi “assediati” hanno spesso assistito a un rientro massiccio delle menti emigrate all’estero che, perso il lavoro o passati allo smartworking, hanno deciso di fare ritorno a casa. Ecco, quindi, i migranti dell’est Europa che rientrano nei Paesi d’origine e che si vaccinano con Sputnik in quel di San Marino; oppure ancora, il fenomeno del south working, che ha visto migliaia di cervelli in fuga tornare nei loro Paesi d’origine, continuando a lavorare a distanza per i Paesi che li avevano accolti. La risultante di questi vettori, così diversi per intensità e direzione, stenta ancora a palesarsi e ci metterà ancora un po’ per dare una misura di quanto la pandemia ci abbia reso meno globali.

Gli effetti “sovranizzanti”

Un altro fenomeno de-globalizzante è stato, senza dubbio, il fallimento della governance multilivello all’interno delle principali organizzazioni regionali e non. Il coordinamento sulla lotta alla pandemia, la condivisione di protocolli e procedure, le inchieste sull’origine del Covid non sono stati, nella sostanza, fenomeni cooperativi: a un certo punto non v’è stata Unione europea, Onu, Nato oppure Oms che tenessero. Di fronte ai fantasmi ognuno va per sé, salvo poi dei riallineamenti in calcio d’angolo, appena torna il sereno. La Brexit ne è stata la manifestazione di più fatale concomitanza, per essere agitata poi come vessillo del “chi fa da sé, fa per tre”. Nessuno può dirci se l’interdipendenza post-Guerra Fredda, generata anche dalla governance sovranazionale, sia solo sospesa o se sia morta dopo Wuhan: certo è che, alla sua prima prova di maturità dopo il Secondo conflitto mondiale, è stata decisamente bocciata. A questo si aggiunge la prova provata del successo di alcune politiche di assoluta chiusura (Gran Bretagna, Australia, ma anche la Cina) che segnano un punto partita per i sostenitori della de-globalizzazione.

Il secondo effetto, presumibilmente sovranista, del quale ancora non siamo in grado di valutare il peso, sarà la svolta sulle politiche migratorie. La discrepanza in termini di sistemi sanitari, distribuzione di vaccini tra nord e sud del Mondo, rischia di bollare i migranti, nel prossimo futuro, come portatori del virus in aree che stanno lentamente tornando alla normalità. Questo potrebbe portare a una stretta progressiva sulle politiche d’asilo e accoglienza, incentivando, allo stesso tempo spinte nativiste ammantate da ragioni pseudo-sanitarie.

Come cambia il sistema internazionale

Guardando, invece, agli aspetti tecnici di un sistema globale non interdipendente, sembra emergere un sistema privo di Stati-guida, elemento che, invece, aveva caratterizzato sia la Guerra Fredda che il mondo globale: il declino americano, la cui espressione paradigmatica è stato l’assalto a Capitol Hill, si fonde con un Leviatano cinese che si è imposto come vincitore sulla pandemia e come bastione economico, ma non come modello di sviluppo e di democrazia da poter seguire. Nel mezzo, un’Unione europea stretta tra i suoi desideri e i suoi bisogni, alla mercé di figli ingrati che distruggono il patrimonio dei padri. Il mondo globale, in assenza di uno o più Paesi leader attorno a cui orbitare, diventa una costellazione di monadi che comunicano e scambiano solo quando costrette ma senza creare reale interdipendenza. In un sistema simile, la de-globalizzazione non è solo una conseguenza, ma si trasforma in necessità: fare a meno dell’ξένο diventa strumento salvifico. E così come la guerra aveva forgiato lo Stato-nazione, la pandemia sembra riforgiare lo Stato in senso decisamente isolazionista.

Credere che la de-globalizzazione sia solo una condizione attuale del sistema è tuttavia, ingenuo e privo di profondità storica. Per questa ragione si parla di globalizzazioni, al plurale, per definire altri momenti di allargamento dell’interdipendenza internazionale come quello 1850-1914. E a ben vedere, la crisi economica scatenatasi nel 2008 ha generato una nuova ondata di de-globalizzazione ben prima della pandemia: la diffusione del Covid ha poi potenziato un processo già in atto. Negli anni ’30, le democrazie sostenevano il libero scambio e la deglobalizzazione era guidata da decisioni autocratiche per rafforzare l’autosufficienza. Negli anni 2010 le istituzioni politiche sono altrettanto significative, ma decisioni democratiche come l’elezione di un presidente o un gesto come la Brexit sono i piloti principali della stagnazione dell’interdipendenza. Per paradosso, però, se la de-globalizzazione sembra lo strumento per reagire alle crisi di sicurezza, può essere anche la causa di relazioni geopolitiche sempre più critiche: la ridotta interazione internazionale e la minore crescita, infatti, vanno a  stimolare politiche protezioniste che, a loro volta, potenziano il rischio di conflitto.

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