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L’ombra di Mario Draghi e del suo più recente editoriale sul Financial Times giganteggiano alle spalle dei leader europei impegnati nel Consiglio europeo e hanno aiutato il governo italiano e spagnolo a guidare la svolta che ha condotto al blocco delle conclusioni finali del vertice telematico in assenza di strumenti innovativi per permettere all’Europa di rispondere alla crisi del coronavirus.

Il fronte dei rigoristi del Nord incassa la defezione dell’Irlandatravolta dal rischio di una crisi economica e occupazionale senza precedenti, ma fa quadrato e si compatta con una tenacia che non si vedeva dai tempi della crisi del debito greco. Olanda, Austria, Finlandia e Germania da una parte, Italia, Francia, Spagna dall’altro. Mes e condizionalità legate all’austerità contro Eurobond: l’Unione Europea rischia di implodere di fronte all’incapacità di trovare strumenti politici per ovviare alla crisi. E per l’ottusità di chi, dopo anni, si ostina a voler strumentalizzare politicamente il mito del rigore sui conti, oggi incarnato da quel Meccanismo europeo di stabilità che appare un totem ideologico prima ancora che un reale strumento anti-crisi, come gli EuroLeaks di Yannis Varoufakis hanno recentemente confermato.

Draghi, nelle scorse giornate, ha mandato un messaggio di grande forza, aprendo all’establishment economico e finanziario internazionale e alle èlite dell’Europa intera gli occhi circa la necessità di un intervento pubblico poderoso per il salvataggio delle economie di fronte al rischio coronavirus. E circa la necessità di una risposta corale, condivisa a un “cigno nero” senza precedenti. Il Mes e il mero intervento della Banca centrale europea non bastano più. L’Europa politica, de facto, si è fino ad ora resa utile solo “contraendosi”, derogando al Patto di stabilità e dando il via libera ai bilanci nazionali. A livello comunitario, fa notare Il Messaggero, “sotto pressione rischiano di finire anni di integrazione mentre riemergono diffidenze tra Nord e Sud su come vengono gestite le finanze pubbliche”.

L’Italia e i Paesi alleati sembrano aver fatto proprio l’invito di Draghi: si all’intervento europeo se messo in campo con strumenti innovativi ed eccezionali. Il nuovo fronte per rompere l’ipotesi dell’assedio del Mes sembra essere destinato a diventare quello dell’utilizzo della Banca Europea degli Investimenti come volano per l’emissione degli Eurobond.

Anche il presidente italiano del’Europarlamento David Sassoli ha auspicato il coinvolgimento di una Bei aumentata di capitale per operare attivamente nell’emissione di un titolo denominato comunemente per tutta l’Eurozona. La Bei, che si occupa di sostenre investimenti a lungo termine e, in diversi casi, destinati alla costruzione di capitale fisso nei Paesi aderenti all’Unione, ha le capacità programmatiche e le competenze per gestire anche un’emissione di Eurobond. Fino ad ora ha agito con autonomia e sagacia predisponendo una linea di credito di 40 miliardi di euro per le imprese europee. “Il pacchetto di finanziamento proposto dalla Bei”, fa notare La Stampa, “comprende schemi di garanzia dedicati alle banche basati su programmi esistenti, mobilitando fino a 20 miliardi di euro di finanziamenti; linee di liquidità dedicate alle banche per garantire un ulteriore sostegno al capitale circolante per le Pmi e le società a media capitalizzazione di 10 miliardi e programmi di acquisto di titoli garantiti da attività (Abs) per consentire alle banche di trasferire il rischio sui portafogli di prestiti alle Pmi, mobilitando un ulteriore sostegno di 10 miliardi”.

La Bei è dunque politicamente più lungimirante di molte istituzioni di matrice politica e ha già avviato un sentiero di assistenza di notevole rilevanza. La scommessa sulla banca basata in Lussemburgo per gli Eurobond potrebbe risultare fondamentale e ben piazzata: non si capisce, a maggior ragione, l’irrigidimento dei rigoristi nordici sul fondo salva-Stati in una fase di totale crisi per il sistema dell’Europa e dell’euro. Tempi eccezionali richiedono risposte eccezionali: questo nel Vecchio Continente molti continuano a non volerlo capire. Forse pensando di poter sfruttare, strumentalmente, la crisi contro i ventri molli dell’Europa, ovvero i Paesi più colpiti dall’emergenza sanitaria e potenzialmente esposti a una buriana economica. A pensar malediceva Giulio Andreotti, si fa certamente peccato. Ma molto spesso ci si azzecca.

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