La nuova partita per l’Africa che potrebbe influenzare l’immigrazione

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Dall’energia alle armi, dalle infrastrutture alla cultura. È in fase di svolgimento un nuovo “Grande Gioco” africano che potrebbe far cambiare pelle all’intero continente. A differenza del periodo pre Covid, quando l’Africa era appannaggio di Cina, Russia e, in parte, Francia e Turchia, adesso la partita è molto più ampia. E non solo perché gli Stati Uniti, preoccupati dalla penetrazione cinese in loco, hanno finalmente deciso di affinare una seria strategia dedicata alla regione. Ad occupare la parte centrale della scacchiera, infatti, troviamo adesso medie potenze che nel recente passato vantavano una presenza pressoché trascurabile nell’area.

Ci riferiamo alla citata Turchia, a Israele, all’India, al Giappone e alla Corea del Sud. Allo stesso tempo, la Russia è stata costretta a trascurare alcuni impegni africani per concentrarsi sulla guerra in Ucraina, mentre la Francia ha ridotto la sua presenza miliare in loco, avendo ormai accettato da tempo il tramonto della Francafrique.

In tutto questo, la maggior parte dell’Africa dovrà dimostrare di essere in grado di sfruttare al meglio le nuove occasioni che le si presenteranno sul tavolo, in modo tale da avviarsi sulla strada della modernizzazione e arginare l’emorragia di cittadini diretti verso l’Europa. L’aspetto più curioso è che simili dinamiche potrebbero essere innescate non tanto dal sostegno di Bruxelles – incapace fin qui di risolvere il rebus Africa, eppure indirettamente prima beneficiaria di un ipotetico calo dell’immigrazione dal Continente Nero – quanto dai vari investimenti di parti terze molto spesso percepite dagli stessi governi europei come minacce per l’ordine democratico.

Gli accordi nel Maghreb

È molto interessante quanto sta accadendo nel Maghreb, in pratica la porta d’accesso dell’immigrazione africana verso il Mediterraneo e quindi l’Europa. Vari governi stanno rafforzando la cooperazione con Paesi desiderosi di investire in loco ingenti somme di denaro in settori chiave. Prendiamo la Tunisia. Il primo ministro Najla Bouden Ramadan ha presieduto, al Palazzo del Governo della Kasbah, la cerimonia della firma di un accordo di cooperazione tra l’Autorità superiore appalti pubblici tunisina e l’Autorità per gli appalti pubblici del Corea del Sud, alla presenza dell’ambasciatore coreano a Tunisi, i capi dei due organismi e le delegazioni di entrambe le parti.

L’accordo mira a stabilire una cooperazione tra la Tunisia e Corea del Sud e i Paesi che desiderano condividere “questa esperienza esemplare nel Paese nordafricano, contribuendo così al suo sviluppo nel campo degli appalti pubblici“, si legge nella nota diffusa dalle autorità tunisine. Secondo la presidenza del governo tunisino, l’intesa favorisce anche lo scambio di esperienze tra Tunisia e Corea nel campo degli appalti pubblici, rafforzando le capacità tunisine nel campo della digitalizzazione, sostenendo il lavoro dell’Autorità superiore tunisina.

La stessa Corea, tra l’altro, sta cercando anche di espandere la cooperazione con l’Egitto in campo militare attraverso diversi programmi in collaborazione, inclusa la produzione congiunta di velivoli FA-50. “Corea del Sud ed Egitto intrattengono relazioni di cooperazione nel campo della produzione militare e della difesa nazionale più attivamente che mai, soprattutto dopo aver firmato un contratto per l’esportazione dell’obice semovente K-9 lo scorso febbraio e con lo spettacolo aereo congiunto sulle Piramidi di Giza lo scorso agosto”, ha spiegato l’ambasciata sudcoreana in Egitto. Da parte sua, il Cairo ha espresso il desiderio di rafforzare il rapporto di cooperazione con le aziende sudcoreane in vari campi, tra cui prodotti elettronici, ferrovie, metropolitane e desalinizzazione dell’acqua di mare.

Il laboratorio per il nuovo volto cinese nel Continente Nero è invece l’Algeria. Gli algerini intendono trasformare il loro Paese con una rivoluzione infrastrutturale – ciò significa investire fondi pubblici per la costruzione di strade e collegamenti, capaci a loro volta di rilanciare l’industria – mentre la Cina è pronta a soddisfare le richieste di Algeri. Pechino ha tutti i mezzi per riuscire nella missione.

La punta dell’iceberg coincide forse con la moschea di Algeri è la terza al mondo per dimensioni, la più grande dell’Africa. Può contenere 35.000 fedeli e ospita al suo interno facoltà universitarie, scuole e due biblioteche. Prezzo: un miliardo di dollari. A tirar su un simile progetto è stata un’impresa cinese. E sono cinesi anche le imprese che hanno realizzato il nuovo aeroporto da 10 milioni di passeggeri e una stazione che collega metropolitana allo scalo della capitale.

L’Africa verso un nuovo sviluppo?

Certo, accordi del genere non trasformeranno l’Africa in una grande potenza globale dall’oggi al domani. Rappresentano però le fondamenta sopra le quali i governi africani più organizzati potranno elaborare i propri piani di sviluppo, così da lasciarsi alle spalle un passato fatto di miseria e sognare un futuro roseo.

In caso di fumata bianca, un simile fenomeno economico potrebbe (il condizionale è d’obbligo) inoltre influenzare le rotte migratorie, spingendo sempre più africani ad abbandonare l’idea di lasciare il continente per immaginare un domani migliore. Detto altrimenti, i governi africani che saranno in grado di fare leva sugli investimenti stranieri – gli stessi investimenti figli del Grande Gioco geopolitico in corso tra le potenze più rilevanti del mondo nella regione –, miglioreranno le loro economie a tal punto da risultare mete di immigrazione più attraenti rispetto alle incognite europee.

I Paesi stranieri in Africa, come anticipato, formano una nutrita schiera di soggetti. La Cina punta tutto su investimenti e prestiti, sull’eco della Nuova via della Seta, nonché sugli scambi commerciali. La Russia, con una presenza in declino, è ben lieta di vendere armi e mezzi militari in cambio di risorse preziose. Turchia Israele si servono, invece, rispettivamente dell’Islam e dell’intelligence, mentre Corea del Sud, Giappone e India aspirano a siglare accordi economici rilevanti in settori quali il farmaceutico, l’energetico e l’infrastrutturale.

Non è un caso, giusto per fare un altro esempio, che lo scorso 29 giugno l’African Development Bank, il Ministero dell’Economia e delle Finanze coreano e l’Export-Import Bank of Korea abbiano firmato un accordo in base al quale la Corea del Sud fornirà 600 milioni di dollari di cofinanziamento per progetti energetici insieme alla medesima African Development Bank.

Il patto Korea-Africa Energy Investment Framework (KAEIF) fa seguito alla firma, il 28 maggio 2021, di un accordo generale di cooperazione tra la Banca e il governo coreano. Il KAEIF si concentra in particolare sulle soluzioni di energia rinnovabile in Africa, tra cui generazione, trasmissione, distribuzione, off-grid e mini-grid, riforme politiche e normative, efficienza energetica e progetti di cucina pulita.

Insomma, quelle che un tempo erano considerate “potenze emergenti”, nella totale indifferenza del mondo occidentale, si sono praticamente impossessate dell’Africa. In un momento cruciale per la storia dell’umanità, dove la carenza di materie prime si fa sentire, si capisce che chi riuscirà ad avere il controllo dell’Africa controllerà, a sua volta, l’economia mondiale.

In tutto ciò, mentre gli Stati Uniti hanno stilato un piano strategico per l’Africa – all’apparenza più volto a contrastare la presenza di Cina e  Russia che non a proporre soluzioni ai governi africani – dell’Europa si hanno pochissime tracce. E questo nonostante sia la regione più sensibile al fenomeno migratorio africano.