Il Meccanismo Europeo di Stabilità (Mes) tornerà in campo per finanziare i piani di riarmo del Vecchio Continente e contribuire alla Difesa comune dell’Unione Europea? Secondo Politico.eu in molti ci stanno pensando. E dato che dopo aver distribuito 300 miliardi di euro in prestiti e sovvenzioni con dure condizionalità a Spagna, Portogallo, Grecia e Irlanda durante la crisi dei debiti sovrani l’istituzione europea basata in Lussemburgo è rimasta in larga parte inoperosa, salvo venir spesso evocata come spauracchio in Italia e non solo, lo scenario di un uso del Mes nel quadro della ricerca del debito comune europeo non è da escludere.
La sfida di riarmare l’Europa
Di recente nel suo discorso alla Sorbona il presidente francese Emmanuel Macron ha spronato l’Europa a spendere di più per la Difesa dopo l’ascesa della sfida russa e il prosieguo dell’invasione dell’Ucraina. L’investimento in spese militari e industria della Difesa può produrre per molti analisti importanti ritorni e un’accelerazione tecnologica nel quadro del rafforzamento delle capacità di deterrenza in un mondo più incerto, ma resta il vecchio motto secondo cui l’argent fait la guerre e per rafforzare le filiere della Difesa serviranno fondi. Molti fondi. Che i singoli Paesi europei difficilmente potrebbero reperire in forma organica e scalabile fermandosi al quadro nazionale e non prendendo in considerazione l’idea di sovvenzioni comuni europee. Al tempo stesso sempre più difficili da pensare dopo l’aumento dei tassi d’interesse e la fine della finestra di briglie sciolte sul fronte del bilancio aperta dal Covid-19, sancita dalla modifica del Patto di Stabilità.
Sorge dunque la necessità di una versione adattata alla Difesa della Recovery and Resilience Facility studiata dopo il Covid-19 per finanziare progetti come il Pnrr italiano e i suoi omologhi. I 422 miliardi di euro del Mes, secondo Politico.eu, possono essere una chiave di volta per finanziare questi programmi e, nota la testata paneuropea, avrebbero già l’attenzione di Macron e di diversi Paesi, tra cui i baltici: “il Mes potrebbe essere potenzialmente più gradito ai governi rispetto ad altri suggerimenti per finanziare la difesa che non sono ancora decollati, tra cui il reperimento di fondi nel bilancio europeo esistente, l’utilizzo di beni russi immobilizzati dall’inizio della guerra o l’emissione collettiva di debito congiunto”. Una mossa che preveda il Mes come garante potrebbe anche far tornare in partita l’Italia, che a fine 2023 ha, unica in Europa, bocciato la riforma del Mes. In quest’ottica il Mes è appetibile perché istituzione estranea all’Ue, al suo bilancio, alle spese dei singoli Paesi per i debiti. Come ricorda Politico.eu, ” i prestiti che eroga sono finanziati mediante l’emissione di obbligazioni garantite da un deposito pagato congiuntamente dai membri della zona euro”.
Non si tratta della prima proposta per una nuova destinazione dei denari del Mes. Durante il governo di Mario Draghi l’Italia sviluppò assieme alla Francia di Macron il progetto per un’Agenzia Europea del Debito di cui furono autori i consiglieri economici dei due leader (Francesco Giavazzi per Palazzo Chigi e Charles-Henri Weymuller per l’Eliseo) e due economisti italiani (Veronica Guerrieri e Guido Lorenzoni) dal titolo “Rivedere il quadro fiscale europeo”, finalizzato a trasformare il Mes in un ente capace di “digerire” i debiti europei creati durante il Covid-19 emettendo, in cambio, sui mercati un asset sicuro a rating pregiato, bassissimo rischio e lunga durata per finanziare in forma comune i Paesi dell’Eurozona. Non se n’è fatto nulla, ma ora si può riflettere del futuro del fu “Fondo Salva-Stati”.
Un Mes per la Difesa
L’idea dunque appare quella di dotare il Mes di una potenza finanziaria tale da permettergli di operare sui mercati finanziari per indebitarsi sul lungo termine e finanziare così piani di acquisti comuni di armamenti e dispositivi militari. Centralizzando la gestione del rischio e facendo convergere gli spread tra i rischi sul debito prodotto per riarmare l’Europa. Fattibile? Se confermata parliamo di un’ipotesi di studio importante per il post-Europee. Su cui però è interessante porre alcuni caveat. In primo luogo, si potrebbe pensare che molti investitori istituzionali non sottoscriverebbero l’emissione perché rivolta all’acquisto di armi. Si pensi, soprattutto, ai fondi Esg. Il secondo dato è che prima di capire come finanziarsi è bene scegliere cosa finanziare, con che risorse, per quali fini.
Pensiero non secondario ora che si nota in particolare il protagonismo francese sulla Difesa europea. In terzo luogo, servirà sinergia con altri progetti europei la cui profondità, ad oggi, non si vede appieno. Sarà di soli 1,5 miliardi di euro ad esempio il piano varato dalla Commissione Ue lo scorso 5 marzo. Mentre una sponda maggiore potrebbe arrivare qualora si mobilitasse la Banca Europea degli Investimenti: “Con un totale di bilancio di 544,6 miliardi di euro, la Banca europea per gli investimenti (Bei) di proprietà comune dei paesi dell’Ue, è la più grande istituzione finanziaria multilaterale del mondo per asset e il più grande prestatore multilaterale, con prestiti erogati e promessi per 562 miliardi di euro nel 2022 rispetto ai 171 miliardi di dollari della Banca Mondiale”, ricorda StartMag. L’Ue le chiede di aprire al dual-use e alle tecnologie militari nel quadro dei progetti finanziati. E se il messaggio passasse, si aprirebbe una riflessione sul sostegno da parte del Mes. Ormai istituzione priva di un senso con le vecchie regole risalenti all’era dell’austerità. Ma le cui risorse potrebbero trovare applicazione in campi impensabili fino a poco tempo fa.
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