I maiali stanno aiutando la Cina nella guerra commerciale con gli Stati Uniti. Lo sostiene l’autorevole Nikkei Asian Review, secondo cui l’epidemia di peste suina africana che ha ucciso milioni di maiali avrebbe creato le condizioni affinché il settore agroalimentare cinese si riorganizzasse attorno a fonti di produzione alternativa. È vero, il prezzo della carne dei suini è aumentata del 30% ma nessuno oltre la Muraglia si è disperato. Due sono le ragioni: per prima cosa la Cina ha un mercato immenso e la richiesta di cibo è pressoché infinita, visto che la popolazione raggiunge quasi la cifra di 1,4 miliardi di bocche da sfamare. C’è poi da considerare un fattore politico, perché il governo cinese è stato bravo a compattare il paese dietro la bandiera del nazionalismo: il mix tra dazi americani e peste suina hanno messo in ginocchio la vendita di carne di maiale, ma il Dragone ha individuato valide alternative. Rigorosamente made in China.
Effetto boomerang per gli Stati Uniti
Sta proprio qui il vantaggio della Cina, perché se allarghiamo lo sguardo a cosa succede oltre Oceano, notiamo come gli Stati Uniti non siano stati in grado di diversificare il proprio settore agroalimentare. Quando la Cina ha annunciato il blocco delle importazioni di prodotti americani, gli allevatori di suini e i produttori di soia, abituati a ricavare ingenti guadagni dal commercio con i cinesi, si sono ritrovati con un cerino in mano. Le elezioni presidenziali del 2020 si avvicinano e sempre più esponenti della cosiddetta America profonda, noti per aver supportato Trump nel 2016, sono a dir poco adirati per le mosse del tycoon. Questo è un chiaro esempio di come combattere la Cina con i dazi, per gli Stati Uniti, produca un grave effetto boomerang. Certo, il Dragone ha sofferto l’impatto delle tariffe, ma il suo settore alimentare ha mostrato una notevole capacità di recupero, in parte grazie a uno sforzo imposto dall’alto per puntare su fonti agroalimentari alternative, e in parte per un sentimento nazionalista.
Il maiale è sostituibile
La Cina ha quindi superato, in parte, gli effetti dell’inflazione. Da una lettura superficiale si potrebbe considerare il mercato cinese vulnerabile agli effetti dei dazi, ma in realtà è vero l’esatto contrario. Torniamo al maiale. La carne suina, nonostante sia da sempre un pilastro dell’alimentazione cinese, è diventata un bene sostituibile. Peter Huang Ming-tuan, Ceo di Suan Art Retail Group, la più grande catena di supermercati della Cina, ha dichiarato che i ricavi sono diminuiti del 6% nei primi sei mesi dell’anno, ma che le vendite di frutti di mare e carni diverse dal maiale hanno ben attenuato il colpo. “Il maiale – ha confermato il dirigente – è diventato sostituibile. Ora che i consumatori cinesi hanno più soldi da spendere, sempre più persone mangiano carne”. Ed è così che il settore agroalimentare sinico ha evitato di cadere in un buco nero, al contrario di quello americano.
Il vantaggio di Pechino
Al posto della carne di maiale, i cinesi hanno puntato su pollame, manzo, vitello e pecora. Il discorso è estremamente semplice. Gli importatori cinesi hanno la possibilità di sostituire le merci americane con quelle di altri produttori, regalando alla Cina un enorme vantaggio nella guerra commerciale con gli Stati Uniti. I prodotti agroalimentari sono facilmente sostituibili, così come sono sostituibili i loro fornitori. Se Pechino intende chiudere i ponti con Washington, può farlo perché ha la possibilità di continuare a importare quel tipo di prodotti da altri fornitori, fra cui Unione Europea e America Latina. Al contrario, per gli importatori americani di tecnologia e beni di consumo è molto più complicato spostare le filiere produttive dalla Cina ad altri paesi.
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