Le ultime settimane hanno visto i Paesi europei mettere in discussione legami economici e strategici con l’azienda cinese leader nelle reti 5G, Huawei, in nome di esigenze legate alla sicurezza nazionale e alle crescenti pressioni statunitensi.

Nel Regno Unito il premier Boris Johnson ha dovuto impostare un’inversione a U dopo le scelte degli scorsi mesi e, confermando la dipendenza strategica di Londra da Washington, assieme al suo governo ha recepito le istanze anti-cinesi di diversi gruppi del Partito conservatore dismettendo il colosso di Shenzen dalle reti 5G nazionali; in Italia Telecom ha escluso Huawei dalle gare per la realizzazione della nuova rete, mentre secondo quanto riportato dall’Huffington Post il governo Conte sarebbe pronto a optare per una soluzione intermedia. Ovvero puntare sulle garanzie offerte dal golden power per tutelare gli asset critici e stilare requisiti stringenti in termini di cybersecurity e garanzie operative che vincolino le aziende straniere: il recente incontro tra il consigliere per la sicurezza della Casa Bianca, Robert O’Brien, e il consigliere di Palazzo Chigi Piero Benassi ha confermato la posizione italiana.

Il contenimento di Huawei in certi scenari e la maggiore apertura ad essa garantita in altri, come quello tedesco, apre una complessa partita che avrà importanti ripercussioni sia sul fronte dello sviluppo tecnologico che su quello delle alleanze strategiche e industriali. Vi saranno attori costretti a ridisegnare le proprie catene del valore, produttori europei pronti a cogliere la palla al balzo e nuove convergenze tra gruppi di Paesi diversi. British Telecom, ad esempio, dovrà mettere in conto costi crescenti e rallentamenti per superare la fase attuale caratterizzata da un legame ombelicare con Huawei.

Secondo quanto sottolinea StartMag, Nokia ed Ericsson invece dovrebbero essere le aziende che più beneficeranno dell’addio dei cinesi, in quanto produttori delle stesse tecnologie per il 5G. Entrambe, comunque, producono parte delle loro componenti per il 5G in Cina, e la Panda Electronics, società controllata da Ericsson, gestisce con Huawei un impianto di produzione di materiale per il 5G a Nanchino”. La compagnia finlandese e l’omologa svedese sono oggigiorno le aziende più strategiche per coltivare l’opzione di un’autonomia strategica europea per il 5G. Se infatti da un lato un eccessivo spazio concesso a Huawei in termini di penetrazione nel mercato digitale comunitario può creare tensioni sul fronte delle relazioni transatlantiche, dall’altro anche appoggiarsi con estrema leggerezza a operatori statunitensi come Verizon e Cisco non rappresenterebbe un’opzione praticabile in termini di convenienza economica, garanzie produttive e prospettive di sovranità tecnologica.

Casi come quello svelato da Edward Snowden segnalano che anche dal fianco statunitense l’Europa è potenziale bersaglio di operazioni di intelligence e spionaggio provenienti da oltre Atlantico; la rete 5G, inoltre, rivoluzionerà su molti punti di vista le comunicazioni e i flussi dati, imponendo loro un’ampia accelerazione e la necessità di governare a livello sistemico i processi per il loro immagazzinamento e il loro sfruttamento. Di conseguenza si creerà un ampio mercato di indotto e una somma di filiere produttive che garantiranno occupazione e valore aggiunto alle economie nazionali di tutta Europa, che saranno chiamate a inserirsi nelle catene del valore in maniera strategica. Aziende come Ericsonn e Nokia possono essere i poli attrattori principali, date le loro strutturate alleanze (Nokia collabora con Deutsche Telekom e ha quote di maggioranza nella francese Alcatel Lucent, Ericsonn fornisce componentistica anche ai colossi Usa con cui lavora su un piede di parità), ma le opportunità si possono espandere a livello continentale.

In Italia Telecom dispone delle capacità e delle competenze necessarie, forte di una storia nazionale che risale all’epoca d’oro della Stet, costruttrice di infrastrutture di rete e cavi su scala globale, di una cultura della governance della rivoluzione digitale di cui è espressione l’avanzato dipartimento di ricerca sull’intelligenza artificiale guidato da Marina Geymonat e della progettualità di lungo periodo, garantita dalla recente alleanza con Vodafone per la costruzione delle torri 5G. L’Europa è nel pieno di una partita epocale, e i suoi Paesi possono giocarla forti delle capacità e delle conoscenze a disposizione, senza alcuna subalternità politica o materiale. Ridimensionare il peso di Huawei pone dunque sia rischi (aumento dei costi, eccessivo sbilanciamento sul baricentro atlantico, perdita di contratti a favore delle aziende Usa) che opportunità (prospettive industriali, sviluppo di filiere europee, indipendenza strategica in ambito tecnologico). Ai Paesi il compito di destreggiarsi al meglio, evitando la tentazione di rinunciare a giocare nuovamente partite cruciali per gli equilibri globali.

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