Non è certo un rapporto facile quello del presidente Donald Trump con le società hi-tech della Silicon Valley. Queste ultime, fieramente liberal e pro-globalizzazione, si sono opposte all’ascesa del tycoon e non hanno mai nascosto la loro antipatia verso il “sovranista” della Casa Bianca. Ciò nonostante, Trump, in veste presidenziale, ha voluto mettere da parte i vecchi attriti e preso le loro difese dalle web tax che alcuni stati europei stanno mettendo in campo per far pagare le tasse ai colossi hi-tech americani. Perché prima di tutto viene l’America.

“Le tech companies sono compagnie americane, state parlando di persone che non sono mie favorite perché non sono esattamente in mio favore ma va bene, sono compagnie americane, questo è importante: vogliamo tassarle noi, non che qualcun altro le tassi”. Come riporta l’agenzia Adnkronos, è ciò che ha detto Donald Trump durante il suo recente colloquio con il presidente francese Emmanuel Macron, spiegando ai giornalisti di “aver discusso” con il presidente francese la questione della web tax varata dalla Francia e sottolineando che “forse possiamo risolvere facilmente la questione con la tassazione”.

Donald Trump, con una mossa inedita, tende così la mano alle compagnie che in più occasioni hanno dato ampia dimostrazione di detestare l’inquilino della Casa Bianca: dopotutto il tycoon si gioca la rielezione, e inimicarsi del tutto le potentissime e influenti società hi-tech non è una grande idea. The Donald lo sa.

Trump tende la mano all’odiata Silcon Valley

Nonostante i rapporti complicati con le società hi-tech, Trump ha voluto tendere una mano alle società hi-tech della Silicon Valley. Perché coerentemente l’America First vale anche per i suoi nemici (interni). Riferendosi agli altri dazi imposti a prodotti europei, Trump ha sottolineato: “Come il presidente sa – ha aggiunto rivolgendosi a Macron – abbiamo tassato il vino ed altre misure sono previste. Preferiremo non farlo. Quindi la cosa si risolverà – ha concluso – o noi troveremo qualche tassa di mutuo beneficio. E la tassa – ha concluso riferendosi quindi ai dazi minacciati dalla Casa Bianca contro Paesi che adottano la web tax – sarà sostanziale, non sono sicuro che avverrà ma potrebbe succedere”.

Sul tema della web tax è intervenuto di recente anche il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, il quale ha ribadito che qualsiasi decisione relativa all’introduzione o meno di una nuova tassa che colpisca i giganti di Internet rientra nella sfera sovrana di ogni Paese. “Gli Stati Uniti sono fondamentali e manterremo sempre una collaborazione privilegiata con loro, ma quando si tratta di prendere decisioni politiche siamo uno stato sovrano”, ha spiegato Conte in risposta a una domanda sull’introduzione di web tax e in merito alla possibile rappresaglia da Washington. Nell’ultima legge di bilancio il governo ha previsto, a partire da gennaio 2020, un’imposta del 3% sui servizi digitali.

La web tax in Europa

In prima linea sull’introduzione di una web tax in Europa, ricorda Wired, c’è proprio la Francia del Presidente Macron. Parigi è tra i primi Paesi dell’Unione ad aver varato un’aliquota al 3% sui ricavi dei colossi di internet che fatturano più di 750 milioni di euro l’anno, di cui 25 milioni in Francia. Scaduto il periodo di tregua che avrebbe dovuto portare a un accordo tra Francia e Stati Uniti, ora Washington minaccia nuove tasse fino al 100% su 2,4 miliardi di dollari di importazioni. Anche Berlino, che in passato si era mossa in maniera più cauta, sembra convinta ad emulare Parigi sulla web tax e prevede una tassazione al 3% sui profitti delle grandi compagnie tecnologiche,