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Il governo Draghi sembrerebbe pronto, stando a quanto è emerso nelle ultime giornate, a invertire una manovra politica decisa nei mesi dello scoppio della pandemia di Covid-19 dal governo Conte II: lo scorporo di Sace dal gruppo Cassa Depositi e Prestiti e il suo passaggio in capo al ministero dell’Economia e delle Finanze. Deciso dall’ex titolare di Via XX Settembre Roberto Gualtieri, esponente del Partito Democratico, il passaggio formale della partecipata pubblica attiva nell’assicurazione sul credito all’export e nelle garanzie sulla liquidità in capo al Tesoro avrebbe dovuto completare de iure ciò che de facto già avveniva. Ai sensi del Decreto Imprese del 9 aprile 2020, di fatto, date le nuove necessità che il mercato ha posto in essere Sace ha cessato di essere operativamente soggetta all’attività di direzione e coordinamento di Cdp per passare sotto il cappello del Tesoro.

Nelle intenzioni dei giallorossi, la diretta conseguenza avrebbe dovuto essere l’acquisto definitivo di Sace ad opera del Mef con 4,5 miliardi di euro da versare in titoli di Stato destinati a rimpinguare il fondo Patrimonio Destinato/Patrimonio Rilancio dal valore di 44 miliardi di euro che la banca pubblica di Via Goito è destinata ad aver in gestione per rilanciare l’economia nazionale. Una mossa studiata anzitempo che però il nuovo esecutivo ha per ora congelato, adducendo il fatto che non avrebbe a suo avviso avuto senso, in un periodo di crisi come quello attuale, un trasferimento di fondi pubblici a una società partecipata dal Tesoro stesso come Cdp per rilevare Sace, da essa controllata al 100%.

Francesco Giavazzi, consigliere economico numero uno di Draghi e studioso di lunga esperienza, è ritenuto l’uomo che ha spinto maggiormente per la stretta su Sace. A suo avviso, infatti, lo Stato dovrebbe pragmaticamente decidere di non avviare un esborso aggiuntivo complicando catene di comando, movimentando costi e mettendo in pratica riassetti organizzativi decisamente complessi in una fase che vede in trincea entrambe le società, decisamente strategiche per lo sviluppo del Paese. Dello stesso avviso il neo-ad Dario Scannapieco: questa volta potrebbero essere stati i “draghiani” a convincere il presidente del Consiglio, che il gruppo Sace lo conosce molto bene essendone stato il primo presidente nel 1998, quando ricopriva la carica di Direttore generale del Tesoro.

Nel “partito” dei draghiani, però, la componente interna al ministero dell’Economia e delle Finanze presieduta dal Direttore generale del Tesoro, Alessandro Rivera, si dichiara maggiormente favorevole all’opzione dello spostamento di Sace. Gli advisor della mossa, nota StartMagsottolineano che “sotto Cdp la governance di Sace è andata in cortocircuito per la scissione tra un azionista unico di riferimento e di controllo (Cdp) – che è anche beneficiario dei servizi – e un garante sostanziale (Mef, visto che si è spostato sul bilancio dello Stato il 90% degli impegni di Sace sull’estero vecchi e nuovi), privo però del governo della società”.

Questo ci insegna quanto ancora sia lungo il compito che Draghi si è dato per il rilancio dell’apparato e delle leve pubbliche nell’economia nazionale: rimettere ordine, l’imperativo sottostante alla campagna delle nomine pubbliche e a buona parte del processo di governo della Repubblica sotto il nuovo governo, è un processo complicato che passa anche dallo scioglimento di diversi nodi che il Conte II ha lasciato in sospeso. Se la priorità politica di Gualtieri era depotenziare Fabrizio Palermo, ex ad di Cdp ritenuto “contiano” di ferro e vicino ai Cinque Stelle, la ratio della mossa non è stata spiegata fino in fondo bilanciandone i pro e i contro. Con il risultato che si pone il rischio di lasciare Sace e i suoi vertici in un limbo dannoso. Ben venga, dunque, un chiarimento che non potrà non passare dall’attestazione di un dato fondamentale: il Tesoro rimane “polmone” strategico indipendentemente dalla titolarità o meno degli asset, ed è in capo alla negoziazione tra Via XX Settembre e Palazzo Chigi che si devono capire i perimetri delle varie società partecipate e dei loro rapporti reciproci. In fin dei conti sia Giavazzi che Rivera hanno le loro buone ragioni: ma a spingere il premier sulla cautela, una volta di più, potrebbe essere l’attestazione delle conseguenze della scomoda eredità dell’inerzia giallorossa.