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Nella giornata di ieri il presidente degli Stati Uniti Joseph Biden ha firmato un ordine esecutivo riguardante la “catena di approvvigionamento” di beni essenziali e critici per la sicurezza del Paese.

Nel comunicato ufficiale della Casa Bianca si legge che “negli ultimi anni, le famiglie, i lavoratori e le aziende americane hanno sempre più risentito della carenza di prodotti essenziali, dai medicinali al cibo ai chip dei computer. La carenza di dispositivi di protezione individuale (Dpi) dello scorso dell’anno per gli operatori sanitari in prima linea all’inizio della pandemia da Covid-19 è stata inaccettabile. La recente carenza di chip semiconduttori per il settore automobilistico ha costretto a rallentamenti negli stabilimenti di produzione, evidenziando come questa scarsità possa danneggiare i lavoratori statunitensi”.

Viene sottolineato che gli Stati Uniti devono garantire che le carenze produttive, le interruzioni degli scambi commerciali, i disastri naturali e le potenziali azioni di concorrenti e avversari stranieri non rendano vulnerabili mai più gli Stati Uniti.

L’ordine esecutivo della Casa Bianca lancia una revisione completa della catena di approvvigionamento di beni essenziali per gli Stati Uniti e ordina ai dipartimenti e alle agenzie federali di identificare i modi per proteggerla da un’ampia gamma di rischi e vulnerabilità. Stabilire una serie di catene di approvvigionamento resilienti oltre a proteggere la nazione dalla carenza di prodotti critici, faciliterà anche gli investimenti necessari per mantenere il vantaggio competitivo degli Usa e rafforzerà la sicurezza nazionale.

L’ordine stabilisce una scadenza di cento giorni per effettuare una revisione immediata tra le agenzie federali volta ad identificare le vulnerabilità per quanto riguarda quattro prodotti chiave.

Oltre alla produzione dei principi attivi dei farmaci, che per il 70% si è trasferita all’estero, e a quella dei semiconduttori, che sono stati trascurati dagli investimenti provocando la perdita della leadership produttiva da parte degli Stati Uniti, i due settori più interessanti dal punto di vista geopolitico che l’amministrazione intende implementare sono quelli riguardanti le batterie di grande capacità (utilizzate nei veicoli elettrici) e le Terre Rare, indicate come “minerali critici” essendo “parte essenziale della Difesa, dell’high-tech e di altri prodotti”. Queste particolari risorse minerarie – insieme al litio, il cobalto e i metalli del gruppo del platino (Pgm) – sono infatti necessarie per costruire turbine eoliche, pannelli solari e batterie per l’accumulo di elettricità necessarie per i veicoli elettrici e per lo stoccaggio dell’energia immessa in rete. Le Terre Rare in particolare sono elementi essenziali per la Difesa, essendo utilizzate, ad esempio, nella componentistica di radar di nuova generazione, sistemi di guida, e nella stessa avionica dei caccia di ultima generazione.

Attualmente, nonostante gli Stati Uniti abbiano a disposizione riserve minerarie importanti, è la Cina ad essere il Paese leader nella produzione e lavorazione di questi elementi. È risaputo infatti che Pechino oltre a detenere tra i più grandi giacimenti di questi minerali, fornisce il 97% del totale mondiale di questa risorsa in quanto è in grado di riprocessare il minerale grezzo trasformandolo in sfruttabile, facendone praticamente un monopolio seguito, a larghissima distanza, dagli Stati Uniti.

Si capisce bene pertanto quali possano essere le conseguenze, sul piano strategico, di questo dominio: la Cina potrebbe decidere, come ha già molto velatamente fatto intuire a maggio del 2019, di tagliare la produzione o l’esportazione di questi minerali verso gli Stati Uniti, che diverrebbero un’arma fondamentale per una guerra ibrida condotta contro Washington o semplicemente essere una carta con cui ricattare gli Usa e la loro politica di contrasto all’espansione cinese.

Un fattore ulteriore è dato proprio dal cambio di rotta “verde” della nuova amministrazione. Il presidente Biden, ha in agenda il rilancio della green economy, e questo predominio cinese nelle Terre Rare potrebbe ostacolarlo molto facilmente. Alla Casa Bianca si sono resi conto, pertanto, che i progetti del neo presidente per un settore energetico a zero emissioni di carbonio entro quindici anni, si scontrano con la debolezza delle società americane nel campo degli approvvigionamenti minerari e nella filiera di trasformazione. In questo momento, infatti, gli Stati Uniti importano il 100% degli oltre 20 minerali chiave necessari per l’energia verde ed è quasi altrettanto dipendente dalle importazioni di questi particolari minerali.

L’ordine richiede anche una revisione più approfondita, della durata di un anno, riguardante una serie più ampia di catene di approvvigionamento che interesserà alcuni settori chiave come la base industriale della Difesa, quella della sanità pubblica, delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, dei trasporti e del settore energetico nonché la filiera dei prodotti agroalimentari.

Questa attività però non si limiterà ad un breve intervallo di tempo. La revisione delle catene di approvvigionamento, individuando nel contempo, oltre ai rischi e alle falle, i nuovi indirizzi e specifiche politiche di implementazione, durerà l’intero quadriennio presidenziale in un costante lavoro di interazione tra i dipartimenti, le agenzie federali e l’esecutivo che coinvolgerà anche il mondo dell’industria, quello accademico e quello delle organizzazioni non governative.

Il presidente Biden quindi ha varato una nuova politica per staccare la spina della dipendenza dalla Cina, non solo nell’ottica del rilancio dell’economia nazionale e della sua visione “green”, ma soprattutto per una motivazione strategica: non è infatti possibile contrastare l’espansionismo economico, commerciale e militare cinese essendone dipendenti in settori chiave come quelli dell’industria ad alta tecnologia, intimamente legata alla Difesa. Si tratta pertanto di un piano di sicurezza nazionale che slegherà Washington dai vincoli commerciali che ha con Pechino, ma che potrebbe avere conseguenze nefaste per quanto riguarda le “esportazioni di democrazia”. Le risorse minerarie, i giacimenti, non sono mobili, ed esistono solo due modi per accaparrarsele: stringere legami con le nazioni che hanno ingenti depositi, oppure intervenire manu militari per poter controllarne la produzione. Qualcosa che sta accadendo oggi nella Repubblica Democratica del Congo, dove sono presenti, non a caso, uomini del gruppo Wagner russo, e qualcosa che è già accaduto in Afghanistan, un Paese che, insieme a Bolivia, Cile, Australia, Usa e Cina, possiede le maggiori riserve di litio del mondo.