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Niente aumento dei tassi fino al 2023: questa la mossa con cui la Federal Reserve statunitense ha mediato tra le aspettative più “morbide” espresse nella riunione di maggio, nel corso della quale tale orizzonte temporale era stato fissato al 2024, e le posizioni dei sempre più attivi “falchi” della banca centrale statunitense (sette componenti del board, riporta Il Giornale) che invece, preoccupati dagli scenari sull’inflazione, ritengono più impellenti nuove misure correttive.

Una misura di compromesso quella promossa dal governatore Jerome Powell dopo il summit conclusosi mercoledì in cui la Fed ha dichiarato di voler proseguire sulla linea che vede i tassi oggigiorno attestarsi tra lo 0 e lo 0,25%, come dall’inizio della pandemia di Covid-19. Non più 2024, dunque, per la crescita dell’economia che sta battendo ogni aspettativa, sfiorando il 7% contro le iniziali previsioni del 6,5%. Ma nemmeno 2022, dato che si prevede che la necessità di rilanciare l’economia statunitense possa coinvolgere anche le politiche destinate a essere messe in atto il prossimo anno.

Del resto, nota il Financial Times, Powell ha sottolineato che, anche qualora l’inflazione dovesse crescere in questo lasso di tempo, la Fed ha gli strumenti per affrontarla anche senza lavorare sui tassi. E questo sviluppo è destinato ad innescare dinamiche che produrranno effetti su scala planetaria e toccheranno direttamente l’Europa e l’Italia.

Il rilancio fino al 2023 delle politiche di bassi tassi di interesse della Fed appare infatti come una vera e propria mazzata contro ogni prospettiva di ritorno all’austerità nel Vecchio Continente e di rilancio di manovre restrittive e ostili alle espansioni di bilancio che iniziano a essere nuovamente proposte da alcuni settori della Bundesbank tedesca e dai falchi del Nord. Un vero e proprio volano per l’agenda Draghi per l’Italia, insomma: il premier si è posto in prima fila per promuovere il superamento dell’austerità in sede comunitaria assieme al presidente francese Emmanuel Macron, con il quale l’asse per rendere permanente il Recovery Fund e premere sulla cancelliera Merkel per superare le opposizioni tedesche a politiche fiscali di lungo periodo più espansive è ormai rodato.

Mario Draghi ha espresso fin dal marzo 2020, con l’oramai celebre editoriale sul Financial Times, la sua visione per una gestione della crisi del Covid-19 che sapesse coniugare l’intervento delle banche centrali a sostegno della liquidità con un forte volano alla politica fiscale dei governi in grado di rilanciare investimenti strategici, politiche per la crescita, creazione di lavoro. Il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) messo in campo dal governo coniuga la necessità di sfruttare al meglio i fondi europei in arrivo nei prossimi mesi con il rilancio della capacità dello Stato di investire in digitalizzazione, infrastrutture, transizione ecologica (il famoso “debito buono”). Da ex governatore di banche centrali, Draghi ha colto come le istituzioni regolatrici della politica monetaria siano oggigiorno tra i principali decisori degli equilibri internazionali e che il loro atteggiamento, a cascata, può determinare l’azione di governi e apparati. Dunque si apre una fase decisamente interessante in cui la corsa alla ripresa globale si farà sempre più strutturata e in cui l’Italia potrà cogliere il volano americano che, inevitabilmente, si trasmetterà al Vecchio Continente. Di fatto l’attività della Bce ha il compito di “sterilizzare” buona parte delle emissioni di debito dei Paesi membri, Italia compresa, fornendo un assist ai deficit nazionali e alla lotta alla pandemia.

Questo equilibrio accompagnerà nel biennio a venire la fase di definitiva strutturazione e messa in campo del Pnrr e fornirà dunque spazi di manovra a quei Paesi che, come l’Italia, vogliono maggiormente contrastare il ritorno del deflazionismo su scala internazionale. Si tratta, chiaramente, di dinamiche che vanno governate e controllate passo dopo passo, ma la comunione d’intenti è ben comprensibile: il governo Usa, il cui segretario al Tesoro Janet Yellen è il predecessore di Powell alla Fed, detta la linea all’Occidente e intende archiviare il rischio di pulsioni austeritarie capaci di fermare la ripresa globale. E l’Italia di Draghi può ottenere non pochi vantaggi da una mossa che ne sdogana di fatto le prospettive di ripresa sul medio lungo periodo.