La manovra italiana per l’anno 2021 non è ancora nata, ma è già dimezzata. E la notizia è solo l’ennesima riprova dei tentennamenti dell’esecutivo giallorosso nella risposta alla crisi economica connessa alla pandemia di coronavirus.

La recente pubblicazione della Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza aveva suscitato numerose critiche: su queste colonne avevamo presentato gli appunti e le osservazioni mosse da economisti di visioni diverse, Mario Seminerio, di estrazione liberale, e Roberto Romano, schierato a sinistra, al contenuto di una Nadef definita “un libro dei sogni” in cui eccessivo spazio era data alla garanzia che i fondi di Next Generation Eu sarebbero arrivati, copiosamente, già all’inizio del 2021.

Ebbene, così non sarà. L’Ansa ha recentemente riportato che “non sarà più possibile avere il Recovery Fund in funzione dal primo gennaio e anche il Bilancio europeo sarà ritardato. Questo ritardo potrebbe avere conseguenze anche sugli esborsi” di un piano che si prevedeva inizialmente destinato a valere 750 miliardi di euro tra aiuti a fondo perduto e prestiti. I battibecchi sul bilancio Ue, la protesta del Parlamento Europeo e la disunione dei governi stanno mettendo seriamente sul tavolo la possibilità che l’entrata in vigore dell’esercizio pluriennale 2021-2027 cui il Recovery Fund è agganciato non avvenga prima del luglio del prossimo anno. Imponendo all’Europa sei mesi di “esercizio provvisorio” che l’Italia pagherebbe assai duramente.

Il governo giallorosso, infatti, ha messo in campo una proposta di manovra che fideisticamente si basava sull’assunto, tutto da dimostrare nelle settimane scorse, di un pronto intervento dei soldi dall’Europa. Le manovre compiute a inizio mese dal ministro per gli Affari Europei, Enzo Amendola, e l’allarme suscitato da alcune dichiarazioni di uno degli esponenti più avveduti del governo Conte II avevano già lasciato intendere che questa opportunità era ben remota. Ma ciononostante Giuseppe Conte e Roberto Gualtieri hanno, sul profilo politico, delineato una manovra da 40 miliardi per il 2021 e costruendo uno schema triennale per organizzare l’ingresso di finanziamenti complessivi dal valore di 105,5 miliardi di euro, oltre il 5% del Pil pre crisi, di cui 95 da Next Generation Eu, 25 dei quali nel prossimo esercizio di bilancio. Uno sforzo che, ora come ora, equivale a quello di una persona che volesse accreditare sul proprio conto in banca il patrimonio di una partita al Monopoly: quei miliardi, semplicemente, ancora non esistono e, lo ripetiamo,da un lato non saranno decisivi a far recuperare un Pil che, già nel 2019, era 5 punti sotto il dato del 2008, e dall’altro, senza un piano politico di massima, non potranno mobilitare una crescita sostenuta.

Come ha scritto  l’Huffington Post citando dati Bce, infatti, se NextGen dovesse entrare a regime il margine netto che l’Italia avrà da sfruttare sarà di gran lunga inferiore alla massa di 209 miliardi di euro, tra prestiti e aiuti a fondo perduto, che saranno mobilitati: nonostante “il nostro Paese sia primo per sovvenzioni ricevute in valore assoluto (81 miliardi), il beneficio netto sarà ben inferiore. Nel complesso sarà infatti pari a poco meno del 2% del Pil 2019 secondo i calcoli dei ricercatori”. Ma il punto principale è il fatto che questi fondi, se e quando arriveranno, dovranno essere trasformati in voci di spesa, investimenti, piani per il rilancio dell’occupazione, delle infrastrutture, degli investimenti.

Dal ministero dell’Economia hanno fatto sapere che le ampie disponibilità di cassa potrebbero consentire di impedire di cambiare le cifre formali della manovra del 2021, ma questo apre ulteriori scenari politici. Una dichiarazione passata così sotto traccia sbugiarda i timori di Gualtieri circa una carenza di liquidità autunnale, eventualità già sfatata dall’avvicinamento delle disponibilità del Tesoro a quota 100miliardi di euro, ma impone anche una revisione delle cifre sull’afflusso dei fondi comunitari. Perchè mettere in campo un deficit minimale se la cassa ne permetteva uno più ampio? Perchè questi tentennamenti nel mettere l’opinione pubblica di fatto al reale stato dell’avanzamento dei negoziati europei? Domande a cui il governo dovrà dare risposta.

L’economia italiana rischia di entrare nella fase più problematica degli ultimi tempi col volgere del nuovo anno. Per imprese e cittadini si imporrà il saldo di diverse scadenze fiscali e di mutui per cui è stata concessa una moratoria in questo complesso 2020; investimenti e produttività dovranno essere rilanciati con una spinta a una seria politica industriale che sappia fare i conti con la cruciale crisi dell’industria tedescarischio di profondi squilibri per le piattaforme produttive del Nord Italia; la dipendenza dal sostegno Bce, inoltre, non può durare per sempre e, sullo sfondo, si staglia la fine del blocco dei licenziamenti e un possibile aumento di diverse centinaia di migliaia di unità delle persone disoccupate, con ulteriori pressioni sull’erario e il welfare.

Il dilettantismo giallorosso renderebbe ognuna di queste sfide una potenziale spada di Damocle sulla tenuta del sistema economico: figurarsi se più di questi scenari dovessero sovrapporsi e incrementare reciprocamente i loro effetti. E in questo contesto non abbiamo nemmeno voluto prendere in considerazione l’opzione più complessa, quella di un nuovo lockdown per ragioni sanitarie, che significherebbe una vera e propria catastrofe economica e sociale. Arrivare a fine ottobre con una manovra già superata dagli eventi nel momento in cui è stata scritta è forse l’azione più criticabile commessa da un governo che, in materia economica, per mesi ha scelto una strada fatta di sole promesse (ricordate la “potenza di fuoco”?) e di ben pochi atti concreti capaci di rilanciare produzione e investimenti. E le conseguenze di questa approssimazione rischiano di pagarle 60 milioni di italiani.