Anche la Germania è destinata a uscire a pezzi da questo primo semestre del 2020, nonostante l’inferiore numero di vittime e un lockdown attuato in modo meno invasivo rispetto a molti altri Paesi europei. Dopo la flessione del 2.2% del primo trimestre anche il secondo giro di boa dell’anno sembra tutt’altro che positivo, confermando e anzi peggiorando quello che era stato il rendimento dei primi tre mesi dell’anno. Tuttavia, mentre il Ministero dell’Economia tedesco continua a sostenere che il peggio sia passato, anche le stime fatte sino a questo momento sul mese di maggio appena trascorso sono state considerate eccessivamente sovrastimate da molti osservatori internazionali. Che dunque anche la locomotiva tedesca abbia raggiunto un punto d’arresto?

Berlino prosegue col suo programma

Nonostante i dati poco confortanti che sono appena venuti alla luce, Berlino non sembra intenzionata a cambiare di una virgola – almeno per il momento – il proprio piano d’azione per portare il Paese fuori dalla recessione. E per farlo, sono stati messe in campo ingenti misure volte alla diretta ripartenza delle industrie, compreso nei giorni scorso il comparto dell’idrogeno che nei prossimi anni occuperà uno spazio sempre più importante nel settore energetico tedesco.

Nonostante questo, però, ancora non è chiaro nemmeno se nelle prossime settimane – e mesi – a rimanere stabile sarà il semplice tasso di occupazione, con gli imprenditori della Germania che, a loro modo, stanno facendo i conti con le stesse criticità dei rivali europei. Infatti, come valevole anche per il resto dell’Eurozona, un numero sempre maggiore di aziende destinate a non riaprire con conseguente riflesso anche sull’indice occupazionale rischia di descrivere uno scenario ancora peggiore delle attese. E se ciò si verificherà, non è scontato che la Germania riesca a uscirne indenne anche questa volta, considerando gli enormi cambiamenti che vincolano il commercio internazionale e che mai come adesso sono suscettibili al più minimo cambiamento.

La questione allarmante relativa all’attuale situazione economica della Germania è però relativa al fatto che, dalla sua unificazione dopo la caduta del Muro di Berlino, non ha mai affrontato una riduzione degli indici di import/export come quest’anno. Stando a quanto riportato dall’agenzia di stampa Reuters, infatti, si tratterebbe del peggior dato dal 1990, confermando una spirale che la stessa Berlino probabilmente non si sarebbe mai aspettata di dover affrontare.

Adesso Berlino spaventa (anche) l’Europa

Il crollo della più grande economia europea sotto i colpi della pandemia di coronavirus che ha colpito l’umanità non è però un brutto segnale soltanto per quanto riguarda i confini della Germania. Una drastica riduzione delle sue esportazioni e delle sue importazioni è infatti devastante anche per l’economia agglomerata dell’Europa, che fonda la sua forza in buona parte sulla triangolazione Berlino-Parigi-Roma. E con l’Italia ai vertici mondiali dei Paesi più colpiti e la Francia con ben più di una semplice criticità politica da affrontare, la crisi della Germania rischia di essere il colpo del knock out per l’Eurozona. In fondo, storicamente, quando Bruxelles ha iniziato a perdere il traino della Germania a risentirne è stato tutto il mercato comune, anche a causa della fitta presenza mondiale del mercato produttivo tedesco (e del suo import interno all’Unione europea).

Nelle prossime settimane – quando i dati avranno a corollario maggiori rilevazioni empiriche – sarà possibile forse delineare un trend maggiormente esatto di quello che sta succedendo. Tuttavia, stando ai dati attuali, sia la Germania che l’Europa sembrano essere state messe sotto uno stress maggiore dell’atteso, persino rispetto alle stime peggiori effettuate alla vigilia del lockdown.