Passate sotto tono sui media italiani, le recenti dichiarazioni del governatore della Banca centrale olandese, il 53enne Klaas Knot, devono far riflettere profondamente sul legame tra i Paesi Bassi e la zona euro.

Negli ultimi mesi ci siamo abituati a vedere un’Olanda ancora più aggressiva e ipocrita degli anni passati sul fronte europeo: L’Aja ha sempre presentato un forte europeismo di maniera che si univa a un atteggiamento strumentale volto a massimizzare i vantaggi commerciali, finanziari e fiscali dell’appartenenza all’Ue e, al contempo, a minimizzare i costi per il proprio bilancio. Mark Rutte e Wopke Hoekstrai “gemelli del gol” dell’austerità, hanno incarnato sul piano governativo questa linea nei mesi di discussione sulla risposta europea alla crisi del coronavirus, ottenendo concessione dopo concessione fino a veder confermati gli sconti sul contributo al bilancio Ue.

All’Olanda e ai falchi della Nuova lega anseatica piace raccontarsi come sostanzialmente presenti nell’Ue per spirito comunitario, nonostante i costi necessari a mantere le “cicale” sudeuropee. Ma la realtà è ben diversa e Knot, che nella recente lectio magistralis della banca centrale olandese dedicata al giornalista Hendrik Jan Schoo, ha spiegato ai suoi connazionali che l’introduzione dell’euro è stata per loro un grande vantaggio, come lo è stato per i paesi del Nord Europa, non ha mancato di ribadirlo.

Il testo dell’intervento di Knot merita una lettura approfondita perché è paragonabile a una vera e propria demolizione della narrazione austeritaria dell’Olanda. Knot ha esordito sottolineando che al momento dell’entrata in vigore dell’euro c’erano “solide ragioni politiche” per la creazione della moneta unica ma che poi sul medio periodo il congelamento dei cambi tra le valute e il tasso d’interesse unico ha finito per rendere disarmonici i reali rapporti di forza e di produttività nelle economie europee.

Knot menziona i casi dell’Olanda e dell’Italia: il passaggio dalle monete nazionali all’euro stabilizzò, di fatto, il cambio tra la lira e il fiorino che negli anni si era evoluto sulla scia di un continuo deprezzamento della divisa italiana. In questo contesto, la svolta monetaria ha imposto all’Italia di “mantenere i salari a un livello inferiore di quelli olandesi” per colmare i divari di produttività mano a mano che la stagnazione e la crisi economica facevano effetto. E a causa della “tendenza olandese ad applicare la moderazione salariale” ad ogni momento di crisi, l’Italia ha avuto necessità di “contenere momento dopo momento la crescita dei suoi salari” e dunque lo sviluppo di un florido mercato del lavoro e di una previdenza efficiente. Jobs Act e Fornero insegnano, in questo contesto.

Si è arrivati a una situazione in cui, Knot lo ammette, i Paesi del Nord Europa hanno beneficiato di un euro meno forte di quanto lo fossero i loro reali livelli di competitività industriale e finanziaria, e dunque de facto svalutato, mentre sul versante opposto il Sud Europa ha avuto una moneta eccessivamente forte. Il quantitative easing di Mario Draghi ha potuto sanare l’asimmetria dell’austerità sul piano fiscale, ma a livello monetario, sul lungo periodo ha consolidato questo stato di cose.

I concetti che in Italia, espressi da un economista di spessore come Paolo Savona negli scorsi anni, erano parsi come il frutto di un imperdonabile atto eversivo o un ruvido atteggiamento euroscettico sono cristallinamente espressi dal banchiere olandese: “Grazie all’euro, l’Olanda ha goduto di una competitività più forte di quella che avrebbe se avesse mantenuto la propria moneta. Ciò ha spinto il nostro export, con benefici per l’intera economia e per il Tesoro del governo olandese. Vale invece il contrario per paesi come l’Italia, dove la produttività è più bassa. Semplificando: l’assenza di un tasso di cambio tra i paesi dell’area euro è un beneficio per le economie più forti, mentre è uno svantaggio per quelle più deboli”. Sic et simpliciter, è lo stesso concetto alla base delle accuse che le amministrazioni Obama e Trump hanno, con toni diversi rivolto alla Germania, accusata di manipolazione monetaria e di “barare” nel commercio internazionale beneficiando di un euro svalutato.

Il “siluro” di Knot e i suoi ammonimenti sono funzionali a convincere il governo olandese a tenere un atteggiamento meno estremista sul fronte del rigore in Europa: “l’euro è un pilastro del mercato unico e ci ha garantito prosperità”, riassume, ma “porta a profonde divergenze nella crescita economica europea”, ben esacerbate dall’onda lunga della pandemia di coronavirus. La cui soluzione potrebbe essere una nuova ondata di rivolta politica contro l’Europa. Per salvare l’euro, questa è la tesi di Knot, l’Olanda dovrebbe essere aperta ad “aiutare i Paesi dell’Europa meridionale” che non hanno potuto capitalizzare i “benefici dell’euro”.

Parole molto chiare, che confermano l’ammonimento lanciato a inizio 2019 da Bloomberg in occasione del ventennale dell’euro: la moneta unica ha prodotto chiari vincitori e vinti, e nel ristretto novero dei primi l’Olanda ha, per tutti gli osservatori, posto. Ma questa polarizzazione è la più grande minaccia alla tenuta dell’Unione Europea sul lungo periodo. Knot ne è consapevole, così come è conscio del fatto che non siano il “populismo” o il “sovranismo” la vera minaccia alla tenuta dell’Unione, ma l’atteggiamento dei falchi del rigore che più apertamente sono consci di voler capitalizzare le loro rendite di posizione in Europa.

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