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Prendere spunto dalla Corea del Nord per limitare al massimo l’effetto negativo delle sanzioni economiche e continuare, tutto sommato, a vivere una vita piena di agi. La nomenclatura e gli alti funzionari del Cremlino, così come i principali esponenti politici della Russia, potrebbero bypassare la scure sanzionatoria, aggravata dalla guerra in Ucraina, imitando le mosse del Paese guidato da Kim Jong Un. Anche perché a Pyongyang circolano beni e prodotti che, almeno in linea teorica, dovrebbero essere vietati a causa delle suddette sanzioni. Ma qual è il trucco di Kim? Potrebbe essere usato anche da Vladimir Putin, soprattutto nel caso in cui Unione europea e Stati Uniti dovessero stringere ancora di più il cappio attorno al collo di Mosca?

La Corea del Nord ha ideato un metodo perfetto per accumulare valuta estera e beni di vario tipo nonostante l’isolamento a cui si dice sia sottoposta. Un isolamento però più che altro teorico, visto che con certi Paesi gli affari nordcoreani vanno a gonfie vele. Oltre a Russia e Cina, bisogna considerare altre connessioni che, nel corso degli anni, hanno dato vita ad una ragnatela che oggi – almeno prima della pandemia di Covid – costituisce un meccanismo oliato alla perfezione grazie al quale il governo nordcoreano rimpingua le proprie casse statali con una pioggia di milioni.



Il caso nordcoreano

In Corea del Nord non mancano vini pregiati, auto di lusso, iPhone e orologi raffinati. Certo, questi prodotti sono destinati all’élite del Paese, al presidente Kim e agli alti funzionari, ma sono pur sempre un chiaro esempio di come le sanzioni economiche siano non solo inutili ai fini della caduta di un presunto governo, ma nocive per la maggior parte della popolazione che poco o niente ha a che fare con i suoi rappresentanti politici.

Ricordiamo che le primissime sanzioni contro la Corea del Nord hanno colpito Pyongyang negli anni ’50, all’indomani della Guerra di Corea, e sono diventate via via sempre più massicce con il passare del tempo. I test missilistici portati avanti dal governo nordcoreano hanno spinto il Coniglio di Sicurezza dell’Onu (2006) a ratificare il primo pacchetto di sanzioni contro la Nord Corea. Di che cosa si trattava? Del divieto di vendere al Paese tecnologia utilizzabile a fine missilistico o nucleare e prodotti di lusso.

Nel 2009 è scattato un altro pacchetto di sanzioni, con l’allargamento dell’embargo sulle forniture militari. Tra il 2016 e il 2017, con Kim Jong Un in sella, ecco un quasi embargo totale, seguito da sanzioni nazionali imposte da Washington. In teoria la Corea del Nord sarebbe dovuta collassare. Risultato: il Paese è ancora in piedi e continua a progettare armamenti sempre più sofisticati come se niente fosse.

Il metodo di Kim

Grazie al contributo più o meno diretto di vari Paesi, tra cui Cina e Russia, dicevamo, nel periodo pre Covid la Corea del Nord ha importato tutto ciò che desiderava. Dal carbone al petrolio, dalle Mercedes ai Rolex: il governo nordcoreano, ha scritto qualche anno fa il New York Times, riceverebbe i suddetti prodotti grazie a una complessa rete di trasporti, oltre che al supporto di vari intermediari presenti in Paesi come Germania, Olanda e Thailandia.

Pare che nel 2019 Kim abbia acquistato due Mercedes simili in tutto e per tutto alla Bestia di cui all’epoca era proprietario Donald Trump. Il presidente nordcoreano aveva ammirato il mezzo del presidente americano durante il primo vertice tra i due leader andato in scena a Singapore, ed è qui che il Grande Leader aveva probabilmente deciso di avere un’auto del genere. Kim sarebbe riuscito a dribblare le sanzioni e ottenere una Mercedes Maybach S600 Pullman Guard da 1,6 milioni di dollari, dotata di tutti gli optional che garantisce la versione dedicata ai capi di Stato, e una Mercedes Maybach S62 da 0,5 milioni.

L’inchiesta del NYT dimostrerebbe (il condizionale è d’obbligo) che altre 800 automobili di lusso di varie marche europee e giapponesi avrebbero fatto lo stesso percorso delle Mercedes per finire a Pyongyang e dintorni. Per quanto riguarda le auto – ma il discorso potrebbe valere per altri beni – i mezzi in questione sarebbero partiti dal porto di Rotterdam il 20 giugno di un anno fa, avrebbero viaggiato via mare per 41 giorni per poi finire in Cina. Da qui i mezzi sarebbero stati spostati in Giappone, Corea del Sud, Russia e, infine, Corea del Nord.

Certo, la Russia non è la Corea del Nord e possiede un’economia da 1.500 miliardi di dollari e non un pil da 27 miliardi di dollari come quello nordcoreano. Eppure, secondo alcuni analisti, Putin potrebbe imitare Kim. In che modo? Creando canali paralleli per rifornire la Russia di beni sottoposti a sanzioni. A maggior ragione se la guerra economica contro l’Occidente dovesse aggravarsi.

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