Tre decenni “perduti” dopo un lungo boom che aveva portato il Paese a puntare al ruolo di prima economia della Terra alla fine degli Anni Ottanta per alcuni; tre decenni di difesa di un tenore di vita elevato e del benessere collettivo e della posizione commerciale e finanziaria della nazione in un mondo sempre più competitivo e in crisi per altri. La storia recente del Giappone che, perlomeno fino all’inizio dell’epopea politica dell’ex premier Abe Shinzo, coincide in larga parte con la storia della sua traiettoria economica da tempo divide gli analisti nell’approccio e nel giudizio.

C’è del vero in tutte e due le interpretazioni, ma dopo gli anni di interventismo, espansione monetaria e rilancio di un’attiva politica di governo del sistema economico dell’era Abe si può dire che il secondo scenario stia prendendo la meglio sul primo. Col senno di poi, si può notare come dopo lo stop al boom economico e all’espansione commerciale trainata dai colossi dell’auto e della tecnologia nazionali tutto, negli ultimi decenni, avrebbe fatto in modo, secondo le regole della scienza economica, per consolidare il trend declinista del Giappone: declino demografico, ascesa prepotente di rivali commerciali in Asia (Cina in primis), sostanziale fragilità geopolitica. Eppure negli anni Tokyo è diventato un ammirevole esempio di resilienza nel contesto di un mondo sempre più competitivo, che gli anni di leadership di Abe hanno mese dopo mese rafforzato.

A parità di potere d’acquisto il Giappone è il quarto Paese per Pil al mondo, a livello nominale è ancora terzo dopo Cina e Stati Uniti; il Pil pro capite sfiora i 40mila dollari, i cittadini nipponici posseggono la terza somma di ricchezza del pianeta e il debito pubblico, che presenta il rapporto col Pil più alto al mondo, è pressoché interamente detenuto dalla popolazione nazionale.

Il Financial Times segnala che nel periodo post-pandemico le principali economie occidentali potrebbero vedersi aprire di fronte a loro scenari “giapponesi”: economie in apparente stagnazione e dall’elevato debito pubblico che si accompagnerà a bassi tassi di crescita e inflazione ridotta. In cui sarà necessario preservare i livelli di reddito e benessere in un contesto di evoluzione negativa della piramide intergenerazionale.

Sono spunti interessanti quelli del quotidiano della City di Londra. Che ha consultato Hiroshi Nakaso, ex vice governatore della Bank of Japan, secondo cui i problemi che l’Europa e l’Occidente vivranno “sono molto simili alle sfide affrontate dal Giappone” la cui esperienza “può fornire suggerimenti e insegnamenti utili”. I tassi bassi e un’inflazione grossomodo inesistente sono destinati ad esser la normalità. Così come lo saranno le politiche di stimolo economico che la BoJ ha messo in pratica negli ultimi anni per finanziare i progetti di riforma dell’Abenomics.

E come fa notare il Ft, il Giappone può insegnare il valore della difesa della “fiducia pubblica nella Banca Centrale e di mettere le sue politiche al servizio di strategie per la crescita”, oltre a dare un esempio di come una società può coesistere con bassi tassi d’interesse in un contesto di apparente stagnazione. In cui, per fare un esempio, più che il Pil il dato di riferimento, specie in fase di appiattimento o inversione della curva demografica, diverrà il Pil pro capite assieme alle principali misure della ricchezza netta. Il Giappone in 30 anni è cresciuto di circa lo 0,8% medio annuo, ma i suoi cittadini hanno preservato elevati livelli di prosperità.

Il Giappone potrebbe dunque aver tracciato una via, così come può averlo fatto inaugurando la strategia multipolare di avvicinamento commerciale ma non politico alla Cina, considerata al contempo un rivale strategico. Segno di un ordine mondiale in cui le filiere economiche si proiettano maggiormente su base regionale e in cui sempre più nazioni sono destinate a fare quadrato su loro stesse. Il Giappone, con un uso tutto sommato virtuoso di politiche monetarie, debito e azioni di stimolo fiscale, ha difeso occupazione e produttività in un’epoca storica segnata da un vento avverso. E molti Paesi occidentali, Europa in testa, saranno chiamati a seguirne la rotta.

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