La “Rust Belt” della Russia sta rinascendo sul fronte industriale grazie alle commesse della guerra in Ucraina. Le zone industriali degli Urali, infatti, stanno ricevendo commesse colossali per sostenere la guerra in Ucraina e la mobilitazione produttiva con cui il Paese governato da Vladimir Putin si sta muovendo per rifornire le truppe impegnate al fronte.
Si mobilitano le fabbriche degli Urali
Le industrie militari degli Urali sono state, in certi casi, riaperte nelle vecchie fabbriche spostate nella Russia profonda nel 1941, dopo l’aggressione tedesca all’Unione Sovietica, che per decenni hanno rifornito l’Armata Rossa e negli ultimi trent’anni erano state abbandonate a un graduale declino.
Il Financial Times cita la regione della Ciuvascia, attraversata dal Volga e popolata da 1,2 milioni di abitanti, dove da fine 2022 a oggi il numero di aziende che opera nelle commesse militari è salita da 7 a 36. “Entro la fine del 2023, la produzione industriale era aumentata in quasi il 60% delle regioni russe”, nota la testata della City di Londra, sottolineando che “la Ciuvascia ha registrato il secondo tasso più alto, con le sue fabbriche che producevano il 27 percento in più rispetto all’anno precedente” grazie alle commesse per componenti di veicoli, munizioni, missili e altri asset.
Il Ft ha efficacemente sottolineato che l’economia di guerra ha nella Russia periferica ridimensionato le aspettative delle potenze occidentali, che pensavano di rendere i russi meno avvezzi a sostenere la guerra di fronte alla prospettiva di ritrovarsi “col portafogli più leggero e il frigorifero più vuoto”. L’economia di guerra, per ora, ha ribaltato questo pronostico.
La Russia tra le economie ad alto reddito
Forte di un sistema militare-industriale che già prima della guerra era tra i fiori all’occhiello della produzione nazionale, la Russia ha sostenuto la riconversione del settore secondario per gestire l’assedio della cinquantina di Stati ostili che la sanzionano e armano l’Ucraina. Sul piano macroeconomico, questo ha prodotto l’inclusione della Russia nel club delle economie a alto reddito, ovvero col Pil pro capite superiore a 14mila dollari l’anno, da parte della Banca Mondiale.
Secondo i dati dell’istituto, si è scritto su Affaritaliani.it, “Il Pil reale pro capite nel 2023 è salito dal 3,6% e Il Pil nominale è stato spinto del 10,9% principalmente dalla ripresa del commercio, cresciuto del 6,8%, del settore delle costruzioni, in aumento del 6,6%, e del circolo del credito, con la finanza che segna +8,7%. La spesa militare è salita del 7%, e tutto questo rappresenta Pil attivo e circolante: da 102,37 a 109,45 miliardi di dollari”. Nel 2024 il Pil russo è dato in crescita, in termini reali, di un ulteriore 3%. E questo si somma a una sostanziale redistribuzione del potere d’acquisto in periferia.
Non è una novità: la guerra genera Pil. Per la Russia profonda il problema rischia di arrivare quando il conflitto finirà, perché, come abbiamo ricordato su queste colonne, l’economia di guerra è per sua natura profondamente inflativa e questo potrà creare sbilanciamenti sul lungo periodo. Ma intanto il rilancio della Rust Belt e il consenso per le conseguenze industriali del conflitto sono un fattore politico da non sottovalutare per capire le mosse di Mosca. E le future dinamiche del rapporto tra il sistema-Putin e il Paese.

