Cina, India, Corea del Sud, Giappone: il grande gioco dell’acciaio parla sempre più asiatico. A guidare la corsa sono soprattutto i colossi cinesi, che da soli generano oltre il 50% della produzione mondiale (circa 1 miliardo di tonnellate). Negli ultimi giorni, tuttavia, sotto la luce dei riflettori c’era la giapponese Nippon Steel, protagonista di una vicenda che ci aiuta a capire cosa c’è in palio.
Da tempo il gigante giapponese bramava l’acquisto della statunitense Us Steel. Nel 2023 sembrava quasi tutto fatto ma l’allora presidente Joe Biden decise di stoppare la trattativa. “Questa acquisizione porrebbe uno dei maggiori produttori americani di acciaio sotto il controllo straniero e creerebbe un rischio per la nostra sicurezza nazionale e per le nostre catene di approvvigionamento critiche”, dichiarava Biden, definendo la Us Steel una “azienda americana vitale”.
Sarebbe toccato a Donald Trump sbloccare il contenzioso dando il via libera ad una partnership strategica, o meglio, ad un investimento giapponese nel settore siderurgico statunitense. “Si tratterà di una partnership pianificata tra United States Steel e Nippon Steel, che creerà almeno 70.000 posti di lavoro e aggiungerà 14 miliardi di dollari all’economia statunitense”, ha spiegato Trump. Secondo i termini dell’accordo Nippon Steel dovrà investire 14 miliardi di dollari nelle attività dei Us Steel.
La guerra (asiatica) dell’acciaio
L’operazione aiuterà Washington a scuotere dal torpore il proprio settore siderurgico, soprattutto in risposta alla crescente influenza cinese nel mercato mondiale, ma soprattutto posizionerà Nippon Steel come terzo produttore globale di acciaio, alle spalle della cinese Baowu Steel Group e della lussemburghese ArcelorMittal.
La strategia dell’azienda giapponese è chiara: per crescere nel medio-lungo termine intende intercettare la crescente domanda di acciaio proveniente dagli Usa, acciaio che Washington dirotterà in settori come i veicoli elettrici, l’edilizia e il rinnovamento delle infrastrutture. In più c’è da considerare la storia dei dazi: l’introduzione di una tariffa del 25% sui prodotti in acciaio e alluminio da parte di Trump ha complicato l’esportazione di acciaio verso gli Stati Uniti.
Nippon Steel ha dunque fatto la sua mossa. Una mossa giudicata da molti come inevitabile. Il motivo? Bisogna guardare alla Cina. La capacità produttiva di Pechino è aumentata rapidamente a partire dagli anni ’90, e adesso rappresenta oltre la metà della produzione mondiale di acciaio grezzo. E quindi? Quando la domanda interna del Dragone è diminuita, i produttori cinesi hanno iniziato ad esportare la loro capacità produttiva in eccesso in Asia, innescando un conseguente calo dei prezzi che ha danneggiato aziende come Nippon Steel.
La variabile cinese (e gli altri player)
Il primo produttore mondiale di acciaio (130 milioni di tonnellate annue, una quantità superiore a quella di Stati Uniti, Germania e Francia messe insieme) si trova in Cina. È una holding statale nata dalla fusione tra Baosteel e Wuhan Iron and Steel, e si chiama China Baowu Steel Group. Seguono lo Hebei Iron & Steel Group (circa 45 milioni di tonnellate annue di acciaio), con impianti in Serbia e Sudafrica; Angang Steel Company (circa 40 milioni); Shougang Group (25 milioni); Jianlong Steel (poco più di 20 milioni) e Jiangsu Shagang (circa 20 milioni). La lista potrebbe continuare ancora a lungo, a dimostrazione di come la Cina abbia imparato a dominare il settore siderurgico.
L’India è il secondo produttore mondiale di acciaio dopo il Dragone. Il principale colosso di Delhi, Tata Steel, produce tuttavia 35 milioni di tonnellate d’acciaio all’anno, ben al di sotto della potenza di fuoco incarnata da Baowu. Alle sue spalle troviamo Jindal South West Steel (30 milioni); Steel Authority of India Limited (20 milioni); e Jindal Steel & Power Ltd (12 milioni). In Corea del Sud la corona dell’acciaio spetta a Posco (Pohang Iron and Steel Company), con una capacità produttiva di 40 milioni di tonnellate annue, davanti a Hyundai Steel (20 milioni), mentre il settore giapponese è appannaggio di Nippon Steel (45 milioni) e Jfe Steel Corporation (25 milioni).
Tutti guardano con apprensione alla Cina, alla capacità produttiva dei suoi colossi e ai prezzi del materiale. Perché? Semplice: i prezzi più bassi rappresentano un vantaggio per le aziende che utilizzano l’acciaio, ma l’impatto sui produttori si sta rivelando grave, con profitti sotto pressione e stabilimenti che chiudono. È bene iniziare a ragionare sul tema, visto che l’ultima crisi dell’acciaio, tra il 2015 e il 2016, scatenò una tempesta politica in Europa e negli Stati Uniti…