Il Mediterraneo orientale è diventato negli ultimi anni un campo di battaglia per le strategie sul gas dei vari attori internazionali interessati. La corsa agli idrocarburi di questa regione strategica appare sempre più importante e sta influenzando sia i vari dossier mediorientali che il gioco di alleanze tra i rispettivi governi. Al momento la guerra del gas nel Mediterraneo orientale si sta giocando su due assi ben precisi: quello relativo al progetto EastMed e quello invece che fa riferimento al TurkishStream.

I giacimenti ciprioti

Primo campo di battaglia della guerra del gas è costituito dai giacimenti a largo dell’isola di Cipro. Si tratta di riserve di idrocarburi scoperte alcuni anni fa, secondo le attuali stime i giacimenti potrebbero contenere importanti quantità di gas da poter prelevare ed esportare.

Il governo di Nicosia ha provveduto a suddividere l’area in almeno 12 lotti, molti dei quali già appaltati ad alcune società del settore che avranno quindi i diritti di esplorazione e sfruttamenti dei giacimenti. Tra queste, vi è anche l’italiana Eni la quale, tra le altre cose, si è vista assegnare la maggior parte dei lotti in questione.

Per la Repubblica di Cipro, la presenza dei giacimenti potrebbe rappresentare una grande occasione sia in termini economici che politici. Tuttavia, come vedremo in seguito, la gestione di queste riserve per Nicosia sta comportando diversi scontri con la Turchia.

Il giacimento di Zohr

Nei primi anni dello scorso decennio, dinnanzi le coste egiziane è stato scoperto uno dei più importanti giacimenti di gas del Mediterraneo. Per Il Cairo, potrebbe rappresentare un affare importante, in quanto porterebbe l’Egitto ad essere uno dei paesi nordafricani più importanti nell’ambito dell’esportazione degli idrocarburi.

A questo giacimento è stato dato il nome di Zohr. Si trova a circa 190 km a nord di Port Said, in una zona che appartiene alla cosiddetta “concessione Shorouk”. Attualmente in gran parte del giacimento sono in corso le opere di esplorazione, ma negli ultimi anni è partita anche la produzione. Il blocco che controlla Zohr appartiene per il 50% all’italiana Eni, per il 30% alla russa Rosneft, per il 10% alla British Petroleum e per il restante 10% all’emiratina Mubadala.

Così come si legge sul sito dell’Eni, il giacimento di Zohr “è considerato la più grande scoperta di gas mai realizzata in Egitto e nel Mar Mediterraneo e l’approccio integrato utilizzato ci ha permesso di mettere in produzione il primo gas in meno di 2 anni e mezzo dalla sua scoperta”.

I giacimenti in Israele

Nel 2010 anche Israele ha scoperto di possedere, a largo delle proprie coste, importanti riserve di idrocarburi. In particolare, sono due i giacimenti principali su cui punta il governo dello Stato ebraico: quello denominato Leviathan e quello invece a cui è stata data la denominazione di Tamar.

Il primo viene attualmente descritto come il giacimento off shore più grande di tutto il Mediterraneo, visto che contiene 535 miliardi di metri cubici di gas naturale, oltre a 34.1 milioni di barili di condensato. Dopo anni di esplorazione e sondaggi, lo scorso 31 dicembre 2019 è entrato ufficialmente in funzione: il consorzio che gestisce Leviathan infatti, formato dalle società Noble Energy, Delek Drilling e Ratio, ha annunciato l’inizio della produzione.

Per Israele questo giacimento appare importante in primo luogo per l’economia interna: il governo ha annunciato l’abbattimento dei costi dell’elettricità nazionale, così come la possibilità di sostituire gradualmente il carbone come fonte primaria di approvvigionamento energetico.

Lo Stato ebraico però, punta principalmente a diventare uno dei massimi esportatori di gas del Mediterraneo. In tal senso, un primo accordo nel dicembre 2018 è stato chiuso con l’Egitto, che è dunque diventato primo cliente israeliano nella vendita di idrocarburi.

Il progetto EastMed

Il 2 gennaio 2020 ad Atene, alla presenza dei rispettivi capi di governo, Grecia, Cipro ed Israele hanno ufficialmente firmato l’accordo per il gasdotto EastMed. Il progetto prevede una conduttura di circa 2.000 km, in grado di collegare i giacimenti israeliani a quelli ciprioti e, da lì, portare il gas in Grecia e poi quindi nel mercato europeo.

Non si tratta dunque di una semplice infrastruttura, ma di un corridoio energetico che potrebbe portare ad importanti stravolgimenti economici e politici in seno al Mediterraneo. Considerando che tra Israele ed Egitto esistono già i gasdotti per via dei sopra citati accordi tra i due paesi, di fatto gli idrocarburi scoperti nella parte orientale del Mare Nostrum con questa condotta entrerebbero nel mercato europeo. L’investimento è di sei miliardi di Dollari, secondo il Financial Times East Med potrebbe trasportare 12.000 miliardi gas naturale all’anno verso l’Europa, incidendo sul 10% del fabbisogno del vecchio continente.

La sfida dunque, è proiettare più ad oriente e più a sud le fonti energetiche europee, attualmente legate alle forniture russe e del Mediterraneo occidentale. Un’ambizione, da parte di Egitto, Israele, Cipro e Grecia, che oltre ad essere economica appare anche politica.

Infografica a cura di Alberto Bellotto

Le ambizioni della Turchia

Il progetto EastMed taglia fuori la Turchia, con le condutture che passerebbero dalle coste cipriote direttamente a quelle greche. Tale circostanza è nettamente in controtendenza alle ambizioni di Ankara, la quale invece aspira a diventare hub energetico del Mediterraneo.

L’8 gennaio 2020, sei giorni dopo la firma dell’accordo ad Atene su EastMed, ad Istanbul il presidente turco Erdogan e quello russo Vladimir Putin, hanno inaugurato il TurkishStream. Si tratta della conduttura che permetterà al gas russo di arrivare in Europa, aggirando l’Ucraina. Un modo per Mosca per evitare eccessivi problemi dal turbolento rapporto con Kiev, mentre per Ankara tutto questo si traduce nella prima concretizzazione dell’ambizione di essere al centro delle condutture energetiche verso l’Europa.

Il governo turco per bloccare i progetti politici ed economici inerenti l’EastMed, ha ingaggiato un vero e proprio duello sui giacimenti ciprioti, così come è entrato in modo molto più incisivo nel dossier libico.

Nel primo caso, la Turchia ha iniziato a rivendicare i diritti di sfruttamento del gas cipriota. Secondo Ankara, anche la Repubblica turcofona di Cipro del Nord, estesa grossomodo nella zona occupata dall’esercito turco nel 1974, ha diritto di sfruttare i giacimenti posti a largo dell’isola. Per tal motivo, la marina turca ha fatto indietreggiare nel febbraio 2018 la nave italiana Saipem 12000 dai lotti dati in concessione dal governo di Nicosia. Così come, nel corso degli ultimi due anni, il governo turco ha inviato proprie navi nelle aree rivendicate dalla Repubblica di Cipro del Nord.

La posizione del presidente Erdogan appare al di fuori del contesto del diritto internazionale. La comunità internazionale riconosce infatti soltanto il governo di Nicosia come unico rappresentante di Cipro, nazione peraltro membra dell’Unione Europea. Dunque, le sorti dei giacimenti di gas possono essere decise unicamente a Nicosia, non anche ad Ankara.

Come detto, per opporsi al progetto EastMed il governo turco è anche intervenuto in modo più diretto in Libia. Qui Erdogan è riuscito a far firmare al premier Al Sarraj un memorandum che prevede accordi sia di natura militare che economica. Su quest’ultimo aspetto, Ankara e Tripoli hanno stabilito nuovi confini relativi alle Zee, le Zone Economiche Esclusive. In particolare, l’estensione delle rispettive Zee andrebbe ad isolare le acque territoriali greche da quelle cipriote, determinando dunque il potenziale stop alle intese politiche tra Grecia, Cipro ed Israele.

Il perché delle intese tra Turchia e Russia

Negli ultimi mesi l’elemento più significativo riscontrato in medio oriente, ha riguardato l’attivismo di Russia e Turchia e soprattutto la capacità di entrambi i paesi di stilare accordi sui dossier più delicati. Sia in Siria che in Libia, le intese tra Putin ed Erdogan hanno determinato importanti svolte.

Una vicinanza che spesso si è tramutata in vera e propria alleanza. Anche se, come ad esempio in Libia, i due paesi spesso si ritrovano su fronti opposti. Mentre infatti la Turchia sta appoggiando il premier Al Sarraj, la Russia ha mandato i contractors della Wagner per sostenere il generale Khalifa Haftar.

Le intese tra Mosca ed Ankara trovano la propria base proprio nella guerra del gas del Mediterraneo orientale. Il sopracitato TurkishStream è il mezzo che serve ad entrambi i paesi per raggiungere i rispettivi obiettivi in campo energetico: alla Russia, in particolare, per trovare una nuova via in grado di portare il proprio gas in Europa, alla Turchia per attuare il progetto di essere il nuovo hub degli idrocarburi del Mediterraneo.

Ecco quindi che, in questa guerra, i due gasdotti principali, il TurkishStream da un lato e l’EastMed dall’altro, rappresentano due ideali linee di fronte lungo le quali si sta combattendo il conflitto energetico e politico più importante degli ultimi anni. Da un lato c’è la volontà russo – turca di favorire l’importazione di gas dal Mar Nero, dal Caucaso e dal nord, dall’altra la velleità dei paesi del Mediterraneo orientale di irrompere nel mercato. Uno scontro destinato ad influenzare tutti i dossier inerenti il già di per sé turbolento medio oriente.