Terrorismo, deforestazione, epidemie: un solo luogo, molte sfide
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Salvo cambiamenti dell’ultim’ora, oggi in Puglia verranno aperti i cantieri del TAP, il segmento finale del Corridoio Meridionale del Gas, la colossale infrastruttura di 3.500 kilometri che sarà in grado di trasportare il gas estratto al largo delle coste dell’Azerbaijan fino nel Salento.A distribuirlo in Italia e in Europa penserà poi l’infrastruttura di SNAM Rete Gas, azionista del progetto al 20% assieme alla British Petroleum, alla belga Fluxys, alla svizzera Axpo e alla compagnia energetica di Stato azera Socar, quest’ultima protagonista di una forzatura delle rigide norme antitrust europee. Per capire quale, è necessario fare un salto indietro di qualche anno.

L’accordo per la realizzazione del TAP fu siglato a febbraio 2013 con l’obiettivo di collegare all’Ue i giacimenti azeri del Mar Caspio: originariamente, dunque, non si trattava d’altro che di un’opera che, a partire dal 2020, avrebbe rifornito di gas il Vecchio Continente in maniera concorrenziale con altri due gasdotti in progettazione: il russo South Stream e l’europeo Nabucco. Ma a metà dello stesso anno, gli eccessivi costi di realizzazione portarono i membri Ue a optare per l’annullamento del progetto Nabucco. Al suo posto, Bruxelles decideva di elevare il Corridoio Meridionale del Gas a fonte di approvvigionamento primaria dell’Europa comunitaria, chiudendo un occhio (anzi due) su un grave conflitto d’interessi insito alla Socar.

Il TAP, in quanto parte europea del Corridoio Meridionale (l’altra, il TANAP, attraverserà la Turchia fino al confine con la Grecia), violava palesemente le norme previste dal Terzo Pacchetto Energia dell’Ue, che proibiscono ad una compagnia energetica di essere contemporaneamente proprietario e gestore di una rete di trasmissione gas: prescrizione che inevitabilmente avrebbe dovuto applicarsi anche alla Socar, intenzionata a vendere gas in Europa attraverso un gasdotto di cui essa stessa era azionista.Ma poco prima di annunciare la chiusura del progetto Nabucco, Bruxelles concedeva alla compagnia azera una deroga questo principio di separazione proprietaria: in questo modo, Socar aggirava quell’ostacolo che invece aveva impedito alla russa Gazprom di posare sul territorio comunitario le condotte del suo South Stream, nel cui azionariato spiccava la presenza di un 20% di quote Eni, che attraverso la controllata Saipem avrebbe dovuto anche occuparsi della posa delle condotte sui fondali del Mar Nero. Un ostacolo che avrebbe portato Mosca prima ad aprire un contenzioso con l’Ue dinanzi all’Organizzazione Mondiale del Commercio, poi alla drastica decisione di sospendere i lavori dell’opera alla fine del 2014, annus horribilis nelle relazioni euro-russe, culminato con la guerra delle sanzioni sullo sfondo della crisi in Ucraina. Senza la quale, probabilmente, i lavori di costruzione di South Stream avrebbero avuto inizio.Infatti non c’erano pomi della discordia tra Mosca e Bruxelles nel novembre 2011, quando la Frau Kanzlerin Angela Merkel inaugurò sorridente Nord Stream, il “braccio settentrionale” della politica energetica russa in Europa: sebbene quel 51% di quota Gazprom nel pacchetto azionario della società d’esercizio Nord Stream AG fosse in contrasto con le norme che avrebbero poi affondato il “braccio meridionale” South Stream, il colosso energetico russo ha subì in seguito solo un’indagine per presunto abuso della posizione dominante in contrasto con le regole antitrust comunitarie. Ma il gas russo proveniente dal Baltico continua intanto a giungere ogni giorno in Germania nell’hub di Greifswald, e forse il motivo di tutto ciò è da cercare nel fatto che il 31% delle quote della Nord Stream AG è detenuta dalle tedesche BASF ed E.On, e che a capo della stessa società c’è l’ex cancelliere tedesco Gerhard Schroeder.

Questo doppiopesismo europeo in campo energetico continua ad essere palese ancor oggi che oggetto del contendere è diventato il raddoppio di Nord Stream, anch’esso ovviamente in violazione del solito Terzo Pacchetto Energia. La stessa Germania che pretese una rigida applicazione di tale normativa su South Stream, ora si mostra molto più conciliante e possibilista sulla realizzazione di Nord Stream 2, in cui sono presenti anche capitali tedeschi. E su questa posizione l’Italia pareva intenzionata a dare battaglia. O almeno così si era capito dai toni critici usati da Matteo Renzi durante il Consiglio europeo di dicembre, poi addolciti quando è emersa la possibilità di una fetta italiana nel progetto tramite la Saipem, a cui Gazprom vorrebbe affidare la posa delle condotte per sanare il contenzioso dovuto alla risoluzione del contratto stipulato per South Stream.

E il fatto stesso che su Nord Stream 2 pesano investimenti dell’anglo-olandese Shell, dell’austriaca OMV, della francese Engie, oltre che delle solite BASF ed E.on, lascia facilmente supporre che l’opera non subirà lo stesso trattamento di South Stream. Semplicemente perché le posizioni di chi chiede l’applicazione delle norme antitrust sul costruendo gasdotto non paiono poi così granitiche, essendo palesemente condizionate anche da cospicui interessi economici. A livello nazionale, non comunitario.

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