A settembre, la Cina era riuscita a stupire gli Stati Uniti introducendo sul mercato interno il Mate 60 Pro. L’ultimo smartphone di Huawei, letteralmente andato a ruba tra i consumatori cinesi – si parla di 1,6 milioni di vendite in appena sei settimane dal suo lancio – è subito diventato lo specchio ideale dell’ottimo stato di salute dell’industria cinese dei semiconduttori.

Quel dispositivo si affida infatti al chip Kirin 9000s partorito dal colosso di Shenzhen, che a sua volta utilizza un processore avanzato da 7 nanometri, fabbricato in Cina, dal principale produttore di chip del Paese, la Semiconductor Manufacturing International Corp (Smic).

Ebbene, considerando che nel 2019 gli Stati Uniti avevano limitato l’accesso di Huawei agli strumenti di chipmaking essenziali per produrre i modelli di telefoni più avanzati, almeno in teoria la società cinese avrebbe potuto lanciare solo lotti limitati di modelli 5G utilizzando chip accumulati.

La svolta cinese sui chip

Al contrario, il Mate 60 Pro era il primo, chiaro segnale di come le limitazioni di Washington non fossero riuscite a neutralizzare le ambizioni di Huawei. Che, in maniera inaspettata, ha saputo sfruttare i propri progressi negli strumenti di progettazione dei semiconduttori, insieme alla produzione di chip di Smic, per rimettersi in carreggiata.

Pochi giorni fa, non a caso, la stessa azienda ha presentato il laptop Qingyun L540, alimentato – stando alle brochure aziendali – dal chip Kirin 9006C, che utilizzerebbe addirittura un processore da 5 nanometri, presumibilmente sempre realizzato da Smic. Detto altrimenti, Pechino starebbe producendo tecnologie considerate al di là delle sue possibilità, in barba alle misure restrittive statunitensi.

Permangono, tuttavia, ancora dubbi sulle reali capacità di Pechino in materia di semiconduttori. In merito Qingyun L540, il sito Politico ha scritto che i chip utilizzati per produrre il laptop sarebbero stati immagazzinati prima che entrassero in vigore i controlli sulle esportazioni varati dagli Usa. “I cinesi tendono a raccontare bugie. Il fatto che possano realizzarne uno non significa che possano realizzarli su larga scala”, ha inoltre spiegato James Lewis, vicepresidente senior e direttore del programma di tecnologie strategiche del Center for Strategic and International Studies (Csis).

Il momento della verità

La guerra dei chip avviata dagli Usa avrebbe dovuto tenere la Cina lontana da chip avanzati, cosa che invece starebbe avvenendo sotto gli occhi increduli dell’amministrazione Biden. Nell’agosto del 2022, come spiegato da InsideOver, il principale produttore di chip cinese, la citata Smic, era riuscita a compiere un importante progresso tecnologico, utilizzando il processo a 7 nanometri per produrre i semiconduttori, quando si pensava che non potesse andare oltre i 14 nanometri.

Adesso che le indiscrezioni iniziano ad essere confermate, il dossier dei semiconduttori è tornato a scaldarsi. Già, perché con una produzione autoctona di chip a 14 nm, infatti, la Cina sarebbe in grado di alimentare i chip della propria industria di consumo. E questo anche nel caso in cui l’accesso a chip più avanzati – leggi chip di Taiwan – dovesse essere completamente interrotto.

In tutto ciò, gli Usa hanno allestito un fronte unito per privare la Cina dei chip e delle attrezzature più avanzate al mondo per produrli. In ogni caso, il 90% dei chip avanzati viene realizzata nel vasto campus della fabbrica TSMC sull’isola contesa, che la Cina rivendica come propria.

Il piano strategico Made In China 2025 di Pechino, intanto, ha fissato importanti obiettivi decennali della Cina. Uno su tutti: garantire che la produzione nazionale sia in grado di coprire il 70% dei chip utilizzati dalle industrie tecnologiche, automobilistiche ed elettroniche del Paese. La strada è ancora in salita ma il Dragone procede a passi spediti. E il momento della verità si avvicina sempre di più.