Le Terre Rare (Rare Earth Elements – REE) sono elementi chimici divenuti fondamentali nella rivoluzione tecnologica che stiamo vivendo, importante al pari della Rivoluzione Industriale della seconda metà del ‘700. Elementi come il lantanio, cerio e neodimio sono costituenti base per l’industria tecnologica ed elettronica moderna e sono presenti in innumerevoli prodotti sia della nostra quotidianità – come schermi tv o hard drive di Pc – sia del mondo militare o altamente specializzato – come magneti, superconduttori, turbine, laser, sistemi di guida di missili e satelliti.
Anche la cosiddetta “tecnologia verde”, ovvero le auto elettriche ma anche i pannelli fotovoltaici o le turbine eoliche, è fortemente dipendente dalle Terre Rare e la lavorazione di questi elementi, dall’estrazione sino al prodotto finito, consuma molta energia con un forte impatto ambientale.
La Cina, in questo caso come nell’estrazione di litio e cobalto che sono essenziali nella produzione di batterie di ultima generazione, spadroneggia sul mercato in quanto è l’unico Paese al mondo capace di controllarne tutta la filiera produttiva: ha infatti tra i più grandi giacimenti di questi minerali e fornisce più del 90% del totale mondiale di prodotto raffinato, facendone praticamente un monopolio.
Questo permette a Pechino di avere una leva diplomatica molto importante: basta anche solo minacciare di limitare o cessare le esportazioni di questi elementi per destabilizzarne il mercato con aumenti del prezzo della materia prima e quindi dei costi di produzione dei vitali semiconduttori.
Proprio a tal riguardo, recentemente si è diffusa la notizia che la Cina starebbe valutando la possibilità di vietare le esportazioni di alcune tecnologie di magneti di Terre Rare in una mossa volta a contrastare il vantaggio tecnologico degli Stati Uniti. I funzionari cinesi stanno pianificando modifiche a un elenco di restrizioni alle esportazioni di tecnologia, che è stato aggiornato l’ultima volta nel 2020. Questa revisione vieterebbe o limiterebbe le esportazioni di tecnologia per produrre e perfezionare componenti hi-tech che utilizzano Terre Rare. Sono state inoltre proposte disposizioni che vieterebbero o limiterebbero le esportazioni di tecnologia di produzione di leghe usate nei magneti ad alte prestazioni derivati dalle stesse.
In tutto, ci sono 43 emendamenti o aggiunte alla bozza di elenco annunciata per la prima volta a dicembre dai ministeri del Commercio e della Tecnologia di Pechino, e i funzionari cinesi ritengono che le modifiche dovrebbero entrare in vigore quest’anno.
La Cina nel 2010 ha già sospeso le esportazioni di Terre Rare in Giappone per due mesi a seguito delle tensioni sulle isole Senkaku, al centro di una diatriba territoriale tra Pechino e Tokyo, dimostrando come questa tematica possa essere sfruttata per i propri fini strategici.
Quell’evento ha destato allarme a livello internazionale, con gli Stati Uniti molto più attenti alle problematiche che potrebbero generarsi dal divieto di esportazione delle Terre Rare cinesi: da allora Washington si è mossa per creare una catena di approvvigionamento di questi elementi chimici sul suolo statunitense: la quota cinese di tutte le Terre Rare estratte a livello globale è scesa a circa il 70% l’anno scorso da più del 90% in un decennio secondo l’U.S. Geological Survey, il servizio geologico Usa.
Allo stesso tempo, Pechino detiene ancora una stretta presa sulla lavorazione delle Terre Rare, come detto, in quanto la stragrande maggioranza delle REE estratte negli Stati Uniti vanno in Cina per la raffinazione prima di essere rispedite negli Usa.
A causa dell’intensificarsi delle tensioni tra Cina e Stati Uniti, Washington e Tokyo stanno sviluppando catene di approvvigionamento di questi elementi meno dipendenti dalla Cina e stanno limitando drasticamente le esportazioni di tecnologia avanzata dei semiconduttori verso Pechino con l’obiettivo di smussare l’ascesa della Cina nel campo dell’alta tecnologia.
Proprio recentemente siamo venuti a conoscenza della decisione di Tokyo di vietare l’esportazione di 23 articoli, tra cui attrezzature avanzate per la produzione di semiconduttori. Sebbene non sia stato indicato alcun Paese, la mossa è rivolta a Pechino pertanto in futuro le aziende giapponesi avranno difficoltà ad esportare componenti hi-tech in Cina.
Il Giappone è stato estremamente preoccupato per l’assertività della Cina nella regione indo-pacifica, una preoccupazione che è aumentata dopo l’invasione russa dell’Ucraina, e la mossa del governo nipponico è anche un tentativo di allineare la sua politica sull’esportazione di apparecchiature avanzate per semiconduttori a quella degli Stati Uniti.
Washington, come accennato, ha preso provvedimenti per cercare la via del disaccoppiamento dalla Cina per quanto riguarda la filiera produttiva di Terre Rare: poco dopo l’insediamento dell’amministrazione Biden, la Casa Bianca ha emesso un ordine esecutivo riguardante la catena di approvvigionamento di beni essenziali e critici per la sicurezza del Paese. Tra di essi troviamo infatti le batterie di grande capacità (utilizzate nei veicoli elettrici) e le REE, indicate come “minerali critici” essendo “parte essenziale della Difesa, dell’hi-tech e di altri prodotti”.
Il governo cinese, nel frattempo, sta cercando di trasformare il Paese in una superpotenza manifatturiera ad alta tecnologia in grado di competere con gli Usa, e poiché la Cina è indietro quando si tratta di semiconduttori avanzati (come i chip da 3 nanometri che vengono prodotti interamente tra Taiwan e la Corea del Sud), si configura uno scenario in cui Pechino userà le Terre Rare come merce di scambio essendo un punto debole per il Giappone, gli Stati Uniti e l’Europa.
Il Vecchio Continente ha recepito in ritardo questo allarme, e solo di recente ha avviato in seno all’Unione Europea un processo per staccarsi dalla filiera di approvvigionamento dei semiconduttori: con il Chips Act, varato nel 2021, sono stati stanziati 43 miliardi di euro finalizzati a ottenere, entro il 2030, il rafforzamento della leadership tecnologica e aumentare la resilienza nel settore dei chip.
L’Europa è ancora il primo partner commerciale della Cina, soprattutto nel settore dei prodotti finiti ad alta tecnologia, ma la dipendenza nel settore della filiera delle Terre Rare la pone in condizione di essere ricattata da Pechino – come avvenuto col Giappone – qualora dovessero sorgere contrasti in ambito diplomatico. Soprattutto, il rischio nel medio/lungo termine è che Pechino riesca a colmare il divario nel settore hi-tech che ancora persiste col Vecchio Continente, e pertanto elimini una possibile leva in mano all’Europa.
La recente scoperta di giacimenti di Terre Rare in Svezia non elimina la dipendenza europea dal gigante asiatico, in quanto, come detto, Pechino detiene il monopolio della raffinazione dei minerali contenenti questi elementi, pertanto è necessario sviluppare una filiera produttiva che vada dall’estrazione sino al prodotto ad alta tecnologia. Qualcosa che non è né facile né immediato da creare.
Un assaggio di quello che potrebbe accadere lo abbiamo avuto durante la pandemia, quando alcuni settori industriali europei, come l’automotive, hanno visto ritardi nella produzione per via della chiusura dei porti orientali da cui provengono i semiconduttori, sebbene si debba considerare che ci sia stata anche una speculazione da parte di banche e società internazionali che hanno fatto incetta di chip per rivenderli a prezzo maggiore. Nonostante questo, però, uno scenario simile si produrrebbe facilmente di nuovo in caso di crisi diplomatica tra Ue e Cina, e pertanto si otterrebbero gli stessi risultati.
Dal punto di vista italiano la questione è forse ancora più critica, stante la nostra maggiore dipendenza dalla Cina, ma la politica nazionale sta stabilendo legami con alcuni Paesi asiatici (e non) in grado di diminuirla: nuovi partenariati, col Giappone in testa, possono mitigare gli effetti di un eventuale blocco delle esportazioni di semiconduttori e minerali raffinati, ma comunque ci sarebbero ripercussioni importanti in caso di bando duraturo.
Oltre a questa dinamica, eventuali decisioni prese in forza della “economia verde” che vorrebbe mettere al bando le autovetture dotate di motore a scoppio, non farebbero che aumentare la dipendenza europea dalla produzione cinese o statunitense se non anticipate da una radicale trasformazione della filiera produttiva europea dell’automotive, che richiederebbe anche un deciso passo avanti verso l’indipendenza energetica del Vecchio Continente, ottenibile più facilmente col ritorno all’energia nucleare (non solo a fissione), meno legata alle dinamiche delle Terre Rare come lo sono il fotovoltaico e l’eolico.
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