La guerra commerciale di Trump può travolgere l’Italia: 65 miliardi di export a rischio

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Per un’economia italiana orientata con forza all’export l’offensiva commerciale globale scatenata dall’amministrazione americana di Donald Trump rischia di essere apertamente controproducente.

Il presidente Usa è entrato in modalità rullo compressore contro l’Europa, come hanno dimostrato i durissimi discorsi di Pete Hegseth, capo del Pentagono, e del vicepresidente J.D. Vance della settimana scorsa, e le manovre commerciali potrebbero seguire a breve. Non c’è, in quest’ottica, da farsi illusioni: il rapporto politico tra Trump e la premier Giorgia Meloni può esser premiante, potenzialmente, sul medio-lungo periodo (e questo è tutto da vedere) ma se offensiva tariffaria sarà, varrà per l’Unione Europea intera, che di fronte al resto del mondo è un’entità unica ai sensi del diritto commerciale.

In quest’ottica, il Centro Studi di Confindustria ha provato a calcolare il costo dei dazi che Trump potrebbe imporre sull’economia italiana. L’ufficio analisi di Viale dell’Astronomia nota che “le vendite di beni italiani negli Usa sono state pari a circa 65 miliardi di euro nel 2024, oltre un decimo del totale dell’export”, dato che rende gli States il primo mercato extra-europeo, con un netto surplus commerciale (39 miliardi di euro) che copre quasi per intero il sopravanzo dell’export sulle importazioni dell’Italia, quantificabile in 54 miliardi.

I settori più a rischio secondo Confindustria

Confindustria elenca poi i settori più interessanti nel contributo all’export nazionale: “macchinari e impianti, farmaceutica, autoveicoli e altri mezzi di trasporto, alimentari e altri beni manifatturieri. Insieme, generano quasi tre quarti del surplus commerciale italiano con gli Stati Uniti”.

In particolare, i comparti più esposti risultano il farmaceutico e la voce dei mezzi di trasporto non assimilabili ad autoveicoli (macchine movimento terra, camion, furgoni e via dicendo): lo studio di Confindustria ricorda che “il 17,4% e il 16,5% delle rispettive produzioni sono destinate al mercato USA (di cui 6,3% e 3,0%, rispettivamente, sono connessioni indirette). Seguono gli autoveicoli, i macchinari e impianti, gli altri manifatturieri, le pelli e calzature, settori accumunati da un’elevata apertura agli scambi con l’estero”.

Parliamo, chiaramente, di stime teoriche ma ad oggi la politica economico-industriale di Trump sembra chiara: alzare le barriere daziarie verso l’esterno, spingere su un maxi-taglio fiscale all’interno per attrarre investimenti produttivi, spingere le aziende a seguire la linea dell’amministrazione Biden per fare dell’America una nazione destinataria di una nuova primavera industriale e pressare la Federal Reserve per un abbassamento del costo del denaro che eviti il rischio di un “super-dollaro” penalizzante per le merci americane.

Trump è pronto a dazi in risposta all’Iva europea

In quest’ottica, la leva tariffaria, secondo un recente ordine esecutivo, seguirà il principio della reciprocità. Gli Stati Uniti, e in particolare il Dipartimento del Commercio guidato dal rappresentante presidenziale e fedele alleato di Trump Howard Lutnick, calcoleranno i danni subiti da ogni barriera fiscale e daziaria imposta da ciascun partner e si riserveranno di imporre tariffe reciproche. In un post sul suo social network, Truth, Trump ha specificato che “qualunque tariffa i Paesi applicheranno agli Stati Uniti d’America, noi la applicheremo loro: né più né meno”. The Donald ha aggiunto che nei destinatari delle tariffe reciproche “considereremo i Paesi che utilizzano il sistema Iva, che è molto più punitivo di una tariffa”. Gli Usa non hanno un sistema di tassa sul valore aggiunto, mentre l’intera Unione Europea, salvo specifiche eccezioni (come le Canarie spagnole o la zona extradoganale di Livigno in Italia) la applicano.

Questa reciprocità, che sarà calcolata e decisa nelle settimane a venire, può essere fortemente penalizzante per l’Italia. Ad oggi, Roma regge nell’economia europea principalmente per la sostanziosa tenuta di un export giunto ai record storici nel 2024 che ha impedito al Paese di finire in recessione. E di fronte a un mercato europeo anemico e alla gelata del partner primario dell’Italia, la Germania, la dinamicità della relazione con gli Usa ha fatto la fortuna di imprenditori di tutto il Paese e del sistema economico nazionale. Ora tutto questo è messo a repentaglio. E di fronte al rischio di una recessione europea, alla crisi dei prezzi energetici di ritorno e a un clima di crescente incertezza, un’offensiva daziaria non conviene assolutamente alla salute del Belpaese.