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Nelle linee guida per la manovra finanziaria italiana del 2020 una grande centralità è stata assegnata alle strette sul contante e all’incentivo ai pagamenti elettronici indicati dal governo come una priorità per aumentare il gettito fiscale attraverso la lotta all’evasione e frenare il sommerso.

Il premier Giuseppe Conte e il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri si sono intestati la paternità di una campagna politica che porterà all’abbassamento del tetto al contante – fissato dal governo Renzi a 3mila euro – a quota 2mila per l’anno prossimo e a mille euro entro il 2022. Unitariamente al meccanismo del cashback come incentivo all’uso di strumenti di pagamento elettronico il governo mira a decapitare il fenomeno dell’evasione fiscale e a trovare risorse destinate a sanare le rimanenti clausole di salvaguardia Iva da 18 miliardi nel 2021 e 4 miliardi nel 2022.

Nel proporre misure del genere con tali propositi dichiarati il governo compie diverse semplificazioni concettuali e rischia di andare incontro a cocenti delusioni nell’attesa di vedere realizzata la speranza di generare un gettito aggiuntivo da 12 miliardi in tre anni. Per ora l’unica certezza sono le previste spese del meccanismo cashback di restituzione dell’Iva, che potrebbe costare fino a 8 miliardi di euro.

In primo luogo, demonizzare il contante e penalizzarne l’uso con la finalità di contribuire alla lotta all’evasione è illusorio. In primo luogo perché non intacca assolutamente la componente più rilevante e socialmente pericolosa del “nero”, ovvero l’attività di mafia, ‘ndrangheta e altri gruppi criminali, che basano le loro attività su strumenti più complessi e sofisticati (raffinate triangolazioni finanziarie, furti d’opere d’arte, traffico d’armi e stupefacenti), finendo per colpire l’attività di semplici lavoratori autonomi e piccoli imprenditori.

La misura in sé, poi, non permette di scoprire nuovi evasori ma rafforza esclusivamente l’onere della prova su chi è già tracciato dalle autorità. Fermo restando che anche se l’obiettivo fosse colpire idraulici, elettricisti e artigiani spingendo all’uso del Pos per piccole transizioni fissare un tetto a mille, 2mila o 3mila euro non cambierebbe molto l’incentivo all’utilizzo del contante con esclusione Iva. Aveva dunque ragione nel 2015 l’allora ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan quando dichiarava: “Nessun nesso fra limite del contante e l’ evasione”.

In secondo luogo, il tetto al contante crea problemi di equilibrio sociale, come dimostrano i casi di altri Paesi.Diverse esperienze recenti, sia in Paesi distanti dalla nostra realtà culturale (India) che in Europa (Svezia) hanno confermato il fatto che la demonetizzazione genera fenomeni problematici in termini di accessibilità ai servizi quotidiani da parte di cittadini, famiglie e imprese, e che questi problemi sono più gravi nelle fasce più deboli della popolazione. In Svezia, in particolare, sono emersi negli anni problemi di marginalizzazione degli over 75 e dei minori che sono tagliati fuori da tutti i circuiti.

Infine, è da sottolineare il fatto che nella manovra non si sia parlato di alcuna misura volta a abbattere i costi d’accesso a una maggiore digitalizzazione dei pagamenti per gli operatori, individuali e no, che desiderassero procedervi. Dal costo di noleggio dei Pos all’impatto delle commissioni sulle transazioni, passando per l’assenza di strumenti di cooperazione banche-imprese sul tema, per numerosi esercenti potrebbe essere in arrivo un inatteso fardello. Senza la necessaria dose di pragmatismo la guerra al contante minaccia di trasformarsi in una sfida controproducente, contraddicendo le entusiastiche aspettative del governo M5S-Pd.