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Investimenti pubblici e privati per accelerare la conquista della frontiera tecnologica e delle sue concrete applicazioni industriali e produttive: la Germania nel quadro dei piani di contrasto alla crisi pandemica sta ponendo le basi per una ristrutturazione del suo apparato produttivo. E se da un lato ciò passa per la sottoscrizione dei grandi piani strategici di respiro europeo sulla sovranità digitale, il cloud e l’innovazione, dall’altro il governo di Angela Merkelche si prepara a passare la mano dopo le elezioni autunnali a un esecutivo in cui alla Cdu potrebbero allearsi i Verdi, ha bene in mente le sfide della transizione energetica e della ricerca di nuove fonti pulite per alimentare trasporti, industria, generazione elettrica. In questo contesto, Berlino sta puntando fortemente sulle tecnologie centrate sull’idrogeno.

Nella strategia nazionale presentata l’estate scorsa il governo ha ritenuto doveroso fissare precisi obiettivi, puntando a fare sì che la Germania costruisca una capacità di elettrolisi di 5.000 megawatt (MW) entro il 2030 e 10.000 MW entro il 2040 per produrre il nuovo combustibile. L’obiettivo è fare della Germania il primo fornitore al mondo di tale fonte di energia pulita mettendo sul piatto investimenti per 9 miliardi di euro e, secondo quanto nota Repubblica, “2 dei 9 miliardi stanziati saranno destinati per le partnership internazionali per lapprovvigionamento. Lidea è quella creare uno schema delocalizzato nei paesi del Golfo e in Nord Africa sfruttando lenergia solare per alimentare le centrali produttive”.

Quali sono gli obiettivi della Germania? In primo luogo costruire una filiera integrale dell’idrogeno, partendo dai macchinari per l’elettrolisi e arrivando alla costruzione di impianti funzionanti capaci di alimentare tecnologie di largo consumo sia sul fronte delle applicazioni industriali che nel campo dei trasporti. Sul fronte dell’impiantistica, si pensa alla riconversione delle centrali a carbone in impianti per la generazione di questa fonte meno inquinante e a maggior rendimento: la municipalizzata di Amburgo, la Warme Hambur, sta ad esempio pensando in sinergia con la società svedese che ne è proprietaria, la Vattenfall, e a due partner industriali (Shell e Mitsubishi Heavy Industries) di proporre alle autorità cittadine e al governo la riconversione della mega centrale a carbone di Moorburg, ad Amburgo, attiva da soli sei anni, in vista dell’uscita totale della Germania dal carbone prevista per il 2038.

Sul campo delle applicazioni industriali, spicca senz’altro la possibilità di realizzare una quota crescente di treni, autobus e, in prospettiva, veicoli privati alimentati a idrogeno, ma soprattutto l’utilizzo del materiale più leggero della tavola periodica come alimentatore dei processi per una delle industrie chiave del Paese, quella dell’acciaio, che su scala globale sta svoltando verso una crescente sostenibilità. ThyssenKrupp ha a tal proposito allo studio dei progetti di ampio respiro in sinergia con Steag, società energetica tedesca, per fornire idrogeno alla sua strategica acciaieria di Duisburg.

Ma ricadute a cascata ci possono essere anche sul fronte degli equilibri energetici europei: è tuttora difficile ipotizzare, per esempio, quale potrebbe essere la futura relazione politico-economica tra Germania e Russia se al gas naturale (fornito a profusione da Mosca a Berlino) si aggiungesse, nel mix energetico tedesco, una fonte generata attraverso filiere interne. Chiaramente i gasdotti come North Stream 2 non scomparirebbero dalla scena e, anzi, potrebbero ritornare utili con un’applicazione dual use per convogliare e trasportare anche l’idrogeno.

La Germania ha compreso che nel contesto dei cambi di paradigma tecnologici la battaglia è sulle catene del valore e il loro controllo, e dunque costruire gli standard tecnologici e le applicazioni operative di riferimento a livello europeo e globale crea un vantaggio competitivo di ampio respiro. In tal senso, non va sottovalutato il ruolo strategico dell’Istituto Fraunhofer, organizzazione per la proiezione dell’intervento pubblico a favore della ricerca e dello sviluppo tecnologico di medie e piccole imprese, che giuridicamente rappresenta una organizzazione pubblica non-profit finanziata dallo stato federale tedesco, Länder e, in parte, da contratti di ricerca.

“Oltre al lavoro su contratto”, nota Domani, Fraunhofer “ha anche lo scopo di acquisire un pacchetto di brevetti in campi di futura applicazione industriale da mettere a disposizione delle piccole e medie imprese tedesche”, rappresentando in questo senso un acceleratore tecnologico che in settori come quello dell’idrogeno, in cui l’innovazione avviene a ritmi sostenuti, risulta fondamentale. A maggior ragione se si considera il fatto che Frauhofer tiene spesso la proprietà delle licenze acquisite: recentemente, sul fronte idrogeno, è stata brevettata una speciale pasta che consente una più facile conservazione e un più pragmatico stoccaggio del combustibile intrappolato.

Un esempio di svolta tecnologica nata con una sinergia pubblico-privata, una visione che anche Paesi come il Giappone stanno adattando e che in Italia stenta a decollare. In Italia, restando al campo idrogeno, la corsa è guidata da pochi, grandi player consolidati (da Snam a Saipem, da Eni a Edison) e va costruita attentamente una filiera di piccole e medie imprese per permettere al Paese di non restare indietro in una corsa a cui Berlino partecipa attivamente. La fondazione Enea Tech costituita nel novembre scorso grazie al Fondo per il Trasferimento Tecnologico istituito presso il Ministero dello Sviluppo Economico con una dotazione di 500 milioni di euro può essere la chiave di volta di una programmazione strategica in campi di frontiera: e la logica di sistema, nel campo dell’idrogeno, è da guardare con attenzione, dato che il suo sviluppo unisce dinamiche energetiche, questioni ambientali, consumi privati e industria. Un “laboratorio” delle future rivoluzioni tecnologiche e dei cambi di paradigma che animeranno un mondo sempre più complesso.

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