America First per la finanza globale. E non c’entra – non ancora – Donald Trump. Parliamo, piuttosto di un altro dato: la spinta accentratrice di Wall Street e la corsa spinta delle borse di New York sta drenando capitali da altri centri dell’economia finanziaria globale, a partire da Londra. La City sta emergendo come la grande sconfitta finanziaria di questo 2024, con 88 società quotate che hanno optato per il de-listing e solo 18 nuovi ingressi.
Il Financial Times ha dato conto della Spoon River borsistica che Londra ha dovuto narrare. Sta andando in scena il più grande deflusso di capitali verso altre borse del post-Brexit e probabilmente dell’intera storia finanziaria britannica. Il Ft, che della City è voce e animo culturale, nota che società capitalizzanti in totale 280 miliardi di sterline si sono spostate a Wall Street, tra cui la società specializzata nei macchinari industriali Asthead (23 miliardi di sterline di capitalizzazione), la compagnia di scommesse online Flutter (39 miliardi) e il colosso dell’edilizia Crh (55 miliardi).
Cosa causa questa fuga? Innanzitutto, la perdita del tocco magico finanziario della City. La quale rimane centrale sul fronte delle grande banche d’affari e d’intermediazione, principalmente per la capacità di fornire servizi consulenziali avanzati e di padroneggiare alla perfezione le norme del diritto internazionale finanziario e della regolamentazione degli investimenti, ma declina laddove si deve creare la commistione tra finanza e mercato. Lloyds Bank indica ad esempio ai minimi post-Brexit gli investimenti in venture capital per promuovere la crescita di start-up nel Regno Unito. Se la Brexit era stata pensata per separare i destini del Regno Unito da quelli dell’Europa in termini di appetibilità finanziaria, tenuta di mercato e innovazione, la prospettiva di far sorgere nella City la “Singapore sul Tamigi” edificando una Global Britain capace di navigare i mari dell’economia globale come un’audace nave pirata è tramontata senza successo.
Il Regno Unito ha gli stessi problemi di stimolo all’innovazione, vincoli di mercato e scarsa dimensione dei mercati dei capitali propensi al rischio del resto d’Europa. Il confronto con gli Usa, nota il Ft, è impietoso: “Il FTSE 100, orientato verso i settori della “vecchia economia” come energia e mineraria, ha guadagnato quasi l’8 percento quest’anno. Il benchmark statunitense S&P 500, che ospita azioni a crescita più elevata come i Magnificent Seven della tecnologia (Tesla, Amazon, Microsoft, Alphabet, Meta, Nvidia e Apple), ha generato circa il 27 percento nello stesso periodo”.
Al contempo, nota il Ft, 9 gruppi sui primi 100 della City per capitalizzazione realizzano oltre il 50% del fatturato negli Usa e alcune altre aziende, come la compagnia mineraria Rio Tinto, sono pressate dai capitali americani per riposizionarsi a New York. Nessuna offerta pubblica iniziale (Ipo) di gruppi che entravano alla City nel 2024 ha superato i 5 miliardi di sterline di controvalore. Per fare un paragone, Lineage, fondo d’investimento immobiliare, ha portato da public company a luglio in borsa 18 miliardi a New York, e 9 erano stati messi in campo dall’operatore crocieristico Viking Holdings due mesi prima.
Insomma, per la City la storica primazia è un ricordo, e ora anche borse europee come il gruppo Euronext possono battere il London Stock Exchange nella corsa globale ai mercati dei capitali. In cui resta un’unica regina di stampo occidentale, che continua a chiamarsi Wall Street: lì si progettano le frontiere infinite dello sviluppo tecnologico e industriale, lì c’è il place to be per investitori lungimiranti, scommettitori arditi e finanzieri corsari. C’è il rischio bolla, c’è tanto da dire su dove porterà un trend come quello dell’intelligenza artificiale, su cui i ritorni sono tutti da verificare. Ma ormai le grandi partite mondiali della finanza non si decidono più nel Regno Unito, Paese che è accomunato dallo stesso trend declinista della vecchia Europa.

