mercati emergenti potrebbero pagare un duro pegno alla crisi del coronavirus. Come in ogni situazione di tensione economica del mondo globalizzato, la fase di dissesto dei mercati crea un effetto di fly-to-quality che penalizza i Paesi con economie di frontiera o in prospettiva d’espansione rafforzando in borsa e nelle contrattazioni i beni rifugio. Le fughe di capitali dai Paesi emergenti sono state, ad esempio, un evento cruciale nella brusa correzione finanziaria di fine 2018, a causa della concentrazione dei mercati sugli asset denominati in dollari che ha drenato denaro e valore ai sistemi di Nigeria, Iran, Argentina e Turchia, con conseguenti instabilità delle rispettive valute nazionali.

In questo caso Una “tempesta perfetta”, secondo quanto riportato dalle analisi del Fondo monetario internazionale, si staglia di fronte ai mercati emergenti e alle economie “di frontiera”, Paesi a metà strada tra le economie avanzate e i Paesi in via di sviluppo. Secondo il Global Financial Stability Report, pubblicato nella giornata del 14 aprile dall’istituzione finanziaria basata a Washington, questi Paesi hanno già subito una fuga di capitali massiccia e praticamente senza precedenti nella storia recente. A inizio crisi le prime avvisaglie si sono avute col default del Libano, capitolato di fronte alle spericolate manovre finanziarie delle sue banche, a cui è seguito, secondo quanto riportato dal Gfsr, un drenaggio di circa 100 miliardi di dollari dai sistemi delle economie emergenti, lo 0,4% del loro Pil.

Come commenta lo stesso Fmi sul blog interno al suo sito, si tratta di una distruzione di valore superiore a casi come quello del 2018 o addirittura al precedente della crisi del 2008, quando il flusso di capitali in uscita fu pari a poco più dello 0,2% del Pil. “In alcuni paesi”, commenta l’agenzia Adnkronos, “l’entità di questi flussi in uscita è stata notevole, in Sudafrica e Tailandia addirittura è stato superiore all’1% del PIL in soli due mesi (e con il taglio del rating del Sudafrica a ‘junk’ questa fuga di capitali potrebbe accentuarsi, segnala l’Fmi)”.

Anche in una fase di espansione ruggente, molti mercati emergenti rimangono strutturalmente dipendenti dai meccanismi delle economie avanzate. Perchè inseriti nelle catene del valore globali grazie alla delocalizzazione di impianti delle multinazionali occidentali o asiatiche; perchè dotati di titoli denominati in valute straniere, molto spesso il dollaro; perchè ricche di masse di capitali volatile e pronto a dileguarsi di fronte all’erosione della rapida prospettiva di una valorizzazione totale. In Sudamerica l’Argentina sembra incamminarsi verso un nuovo, ennesimo default sul debito pubblico per l’avvitamento delle problematiche economiche e sociali. In Africa l’entità del contagio è ancora limitata, ma gli enormi dubbi sulla tenuta dei sistemi sanitari e la presenza di fattori di criticità nelle metropoli del continente possono favorirne la diffusione e mettere a repentaglio la fase di impetuoso sviluppo di numerosi Stati, dalla Costa d’Avorio all’Etiopia.

Nel contesto di una recessione che rischia di sottrarre all’economia globale una massa di risorse pari a oltre due volte il Pil della Germania (9 trilioni di dollari) il Fondo monetario internazionale segnala che tutti pagheranno con durezza la recessione. Ma anche che i mercati emergenti, molti dei quali tra i Paesi più adatti a beneficiare della globalizzazione degli ultimi decenni, potrebbero perdere definitivamente il sentiero dello sviluppo. La fuga di capitali rischia di oscurare il presente e ipotecare il futuro per molti Paesi che vedono arrestarsi il percorso di crescita nella crisi più nera degli ultimi decenni.

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