Russia e Cina si muovono, non all’unisono ma in forma complementare, per evitare che la crisi aperta dall’invasione dell’Ucraina da parte di Mosca squilibri l’ordine economico internazionale in direzione della predominanza assoluta del dollaro. I rischi per Mosca e Pechino sono concreti: dalla marginalizzazione dell’euro, usato da Russia e Cina strumentalmente contro il biglietto verde, agli sconvolgimenti dei mercati energetici, passando per la capacità americana di scaricare sul resto del mondo l’inflazione interna con il ruolo della Fed le opzioni sono numerose. E i due Paesi stanno premunendosi consolidandosi su un fronte molto chiaro: quello dell’oro.

Il re dei metalli continua ad essere tra i prodotti più apprezzati come bene rifugio e come riserva strategica con cui rispondere ai rischi di instabilità finanziaria e alle guerre valutarie. Per Cina e Russia acquistare oro fisico oi finanziario significa mirare a resistere allo strapotere del dollaro. Dopo lo strappo di Nixon del 15 agosto 1971 nessuna moneta, dollaro incluso, è più convertibile direttamente in oro, il cui prezzo ha iniziato a fluttuare come una commodity qualsiasi. Ma l’oro mantiene un valore simbolico e strategico fondamentale: simbolico perchè l’oro rimane l’emblema della fiducia e della capacità di un sistema di sostenersi. Strategico perchè il dollaro è un bene rifugio senza eguali in termini di difesa del valore, quindi per un Paese come la Russia con una valuta, il rublo, in forte deprezzamento acquistare oro come fatto dalle prime sanzioni occidentali (2014) in avanti è vitale ora più che mai. Per la Cina, invece, il rally dell’oro porta a dare alla sua economia che tratta molto nel nobile metallo una crescente esposizione e, soprattutto, a far aumentare il capitale fiduciario di cui gode lo yuan in una fase in cui i margini di oscillazione sul rublo stesso sono stati ampliati e in cui Pechino studia la ricerca del “Santo Graal” valutario, la possibilità di estendere le transazioni in petro-yuan alle importazioni dall’Arabia Saudita. 

Quello dell’oro è dunque un vero e proprio grande gioco. Oggi, nota Italia Oggi, “quello che si vede è una rincorsa delle banche centrali all’accumulo di riserve auree”, una partita in cui “in testa agli acquisti vi sono la Cina e la Russia che da diversi anni hanno cominciato a creare crescenti riserve di oro”, come accaduto nel giugno 2020 quando ci fu un’impennata del prezzo dell’oro. In quest’ottica “dall’inizio della guerra la domanda di oro per destinarlo a riserva è aumentato del 300% e l’oro viene acquistato anche a prezzi alti”. I futures sull’oro si sono avvicinati di molto al record di 2005 dollari all’oncia del 2 novembre 2020 toccando nei giorni scorsi quota 1975 dollari l’oncia.

Nell’ultimo anno l’oro è cresciuto sui mercati di oltre l’11,5% e questo fa il gioco di Cina e Russia che “sono i maggiori produttori di oro” al mondo, “la Cina con 450 tonnellate l’anno e la Russia con 295 tonnellate l’anno”. Gli analisti inglese la chiamano la tattica del buy gold for protectionLe banche centrali di Pechino e Mosca fanno da aprifila a una serie di altri Paesi, dall’India al Kazakistan, che vanno facendo scorte di oro da tempo per prevenire possibili shock. Tanto che in queste settimane una delle questioni maggiormente dibattute sulle sanzioni alla Russia è stata quella del congelamento degli asset auriferi di Mosca detenuti in banche all’estero. Ad oggi, infatti, la Russia controlla circa 132 miliardi di dollari in riserve auree e si pensa che il valore degli asset controllati dal Cremlino possa essere ancora più alto, ammontando anche a oltre 3mila tonnellate. Ebbene, in quest’ottica gli Usa si stanno muovendo per congelare le risorse detenute fuori dai confini russi. Ma il legame sempre più forte tra rublo e yuan nel quadro di un sistema che vede la Cina, a sua volta, comprare oro fisico e certificati finanziari potrebbe avere un effetto di limitazione di tali sanzioni. Specie in una fase in cui la Russia commercia col mondo, dopo le sanzioni, principalmente via Cina e Hong Kong.

A cosa potrebbe portare, nei fatti, questa situazione? A una contrapposizione valutaria in cui l’oro può esser di fatto utilizzato da Cina e Russia, assieme ad altri strumenti (petro-yuan e simili) come una leva per valorizzare divise alternative al dollaro. Una sorta di contromossa, mezzo secolo dopo, dalla svolta di Nixon che sospese la convertibilità dollaro-oro nel 1971. Questo creerebbe sicuramente conseguenze a tutto campo nei commerci internazionali, nei diritti speciali di prelievo del Fondo Monetario Internazionale, nei mercati delle materie prime. E fa sentire la necessità, ora più che mai, di una nuova conferenza sull’ordine economico internazionale che riequilibri le forze in campo e permetta di evitare che sulle risorse si scarichino le guerre valutarie. Una mossa che sarebbe nell’interesse degli Usa, che hanno la necessità di stabilire il ruolo di primum inter pares del biglietto verde, della Russia, capace di far sponda con Pechino, della Cina, desiderosa di veder valorizzato finalmente il ruolo di valuta di riserva dello yuan, e anche dell’Europa. Che potrebbe in un nuovo concerto valutario globale che rivaluti il ruolo strategico dell’oro negli equilibri tra monete dare spazio d’azione all’euro per non lasciarlo schiacciare dalla sua ignavia geopolitica.

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