Le banche italiane vivono un momento contrastato. Fortunatamente non per motivi legati a una crisi sistemica generalizzata: il problema, in questo caso, è lo scarto tra percezione e realtà.

Percezione: si è riaperto il dossier Monte dei Paschi di Siena e sul mondo bancario sono tornate le nubi relative agli scheletri nell’armadio del recente passato. Che parlano di una lunga traversata del deserto, di errori politici e di male gestioni culminate nel tracollo di Rocca Salimbeni, prossima a veder chiarito il suo futuro. Sempre più orientato verso Unicredit.

Realtà: il tessuto bancario tiene. E tiene con buoni risultati. In questi anni non abbiamo mai mancato di sottolineare, con pragmatismo, le problematiche sistemiche legate alla vigilanza Ue, le questioni connesse ai crediti deteriorati, le minacce di scalate straniere alla finanza nazionale. Ora, con cauto ottimismo, possiamo registrare che alla prova della pandemia e della ripresa le banche si stanno presentando più sane. I recenti stress test della Bce hanno dimostrato che Mps è e resta un problema perimetrabile e che il duo Mediobanca-Intesa traina il gruppo in un contesto di generale solidità.

In questo contesto le banche italiane possono presentarsi operative e ben lustrate ai nastri di partenza del Recovery Fund. Per l’attuazione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza Mario Draghi e il suo governo puntano fortemente su Cassa Depositi e Prestiti e sul versante privato della finanza italiana.

Il circuito del credito, in tal senso, può rivelarsi un fattore di rilevanza strategica per rafforzare il tessuto economico nazionale piegato dalla pandemia. Assieme ad esso giocherà un ruolo chiave il processo di consolidamento che sta provvedendo a creare aggregazioni strutturate tra banche per difendere la patrimonializzazione, la redditività e la capacità operativa degli istituti. Un risiko avviato dalla fusione di Ubi in Intesa, proseguito con le mosse di Credit Agricole Italia su Creval e che ora vede diverse opzioni aperte: dalla possibile operazione Mediolanum-Mediobanca all’operazione di Unicredit su Mps.

Ma proprio il caos Mps può terremotare, nella percezione, il mondo finanziario italiano. Monte dei Paschi è una mina per i miliardi di perdite accumulati, per le problematiche gestionali che la attanagliano e per il suo ruolo politico fondamentale, ulteriormente incrementato dall’inopinata decisione del segretario del Pd Enrico Letta di candidarsi al collegio uninominale di Siena per le elezioni suppletive volte a sostituire alla Camera quel Pier Carlo Padoan che da ministro dell’Economia ha portato il Tesoro dentro Mps e da presidente Unicredit immaginava un merger diverso e più completo di quello proposto dall’ad Andrea Orcel. Risvegliando gli spettri del passato il caso Mps può di fatto creare tensioni nel governo, danneggiare il sentiero di sviluppo e fiducia consolidatosi via via e che ha portato le prospettive di crescita a sfiorare il 6% per il 2021 e, in prospettiva, danneggiando il tessuto nel suo complesso.

Le banche italiane hanno sino ad ora visto un ritorno agli utili favorito dalla ripresa di commissioni e incassi per le manovre ordinarie dell’economia in via di riapertura, di cui le trimestrali record oltre ogni aspettativa di Intesa e Unicredit sono l’emblema. Mps è una grana da un lato perché qualora fallisse l’operazione di vendita il Tesoro sarebbe costretto a mantenersi accollato un istituto costoso e impiazzabile e dall’altro perché ogni volta che il dossier Rocca Salimbeni si riapre sulla finanza italiana tornano a volteggiare i fantasmi dell’ultimo decennio. Riportando in auge la narrazione di una finanza italiana propensa alla crisi e all’instabilità.

Una risoluzione precisa e puntuale della crisi impone che istituzioni politiche e finanza dialoghino evitando l’apertura di fronti negoziali logoranti sul fronte della futura composizione di un eventuale polo Mps-Unicredit, dei lavoratori che temono l’esubero e delle tensioni politiche da tempo accumulate sul dossier. Il danno d’immagine che ne comporterebbe potrebbe logorare il clima di fiducia creatosi attorno alla capacità di ripresa del Paese fin dall’inizio dell’era Draghi. Un danno eccessivamente duro che nessuno in Italia può permettersi.