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“I want my money back!”. Nella turbolenta e difficoltosa relazione tra l’Unione Europea e il Regno Unito, recentemente conclusa dalla Brexit, hanno fatto epoca le parole esplicite pronunciate dal primo ministro Margaret Thatcher nel 1984. Nel 1984, intervenendo a una sessione di negoziazione sul bilancio europeo, la Lady di ferro ottenne il cosiddetto “sconto britannico”, ossia un ristorno dei contributi a favore delle casse inglesi finalizzato principalmente a riequilibrare l’esborso della Politica agricola comune (Pac), di cui ai tempi Londra beneficiava molto meno degli altri Paesi europei in relazione alla sua contribuzione e alla natura del suo sistema economico.

Introdotti su richiesta di Londra, i rimborsi (rebate) sono recentemente ammontati a circa due terzi del contributo netto del Regno Unito al bilancio europeo e hanno influenzato altre misure di rimborso capaci di favorire altri Stati dell’Unione che si sono ispirati alla manovra thatcheriana: Germania, Austria, Svezia, Danimarca e Olanda. Come Londra questi Paesi pagano contributi al bilancio europeo, in percentuale sul Pil, inferiori a quelli degli altri Paesi. E il tema del rebate ha un peso non indifferente nel determinare lo stallo su cui si è bloccato il negoziato per il primo bilancio settennale dell’Ue post-Brexit.

Berlino, assieme al fronte dei frugal four, difende l’idea di mantenere in vigore il rebate anche dopo l’uscita di Londra dall’Unione Europea, alleggerendo il contributo addizionale che la Germania dovrebbe pagare per coprire il vuoto aperto da Londra. Senza i rimborsi, che nel 2018 la commissione Juncker aveva proposto di eliminare e che la Francia chiede di cancellare dal primo gennaio del 2021, la contribuzione netta della Germania si impennerebbe dai circa 15 miliardi attuali a circa 33 miliardi nel 2027, complice il mancato ingresso di una somma di denaro che per il 2020 è quantificata in circa 3,7 miliardi di euro (su 6,4 complessivi ricevuti dai cinque Stati).

Uscito il Regno Unito, la Germania vuole proseguire la condizione di membro privilegiato in un’Europa economica che, a ben vedere, è già in diversi sensi plasmata attorno alle linee guida di Berlino, la quale ha gioco facile nel proseguire tutt’ora la politica di deflazione interna e mercantilismo funzionale alla sua supremazia commerciale nel Vecchio Continente. E in questo senso si salda con forza al quartetto di Paesi cultori dell’austerità che chiedono un abbassamento generale del contributo dei Paesi al bilancio all’1% del Pil e severe regole di controllo sui conti pubblici per decidere l’assegnazione dei fondi comunitari.

Questa condizione è l’opzione ideale per assistere a un lungo stallo sul bilancio. Nel negoziato ogni Paese ha potere di veto: e se sul fronte delle allocazioni i frugal four tengono botta, sulla questione dell’eliminazione del rebate introdotto nel 1984 l’Europa è ancora più spaccata. La Francia, capofila dell’eliminazione del rimborso, ha il sostegno dei Paesi mediterranei, Italia compresa, del gruppo di Visegrad e dei Paesi dell’Est (che temono tagli ai fondi di coesione) e della Finlandia della giovane premier Sanna Marin, che sta gradualmente rottamando il sostegno all’austerità. Un blocco di 20 Paesi contro i cinque beneficiari del rimborso, sostenuti da Belgio e Irlanda. Paesi, questi due, che per ragioni tattiche fanno blocco con i loro alleati. Dopo il primo buco nell’acqua del 20-21 febbraio, le prossime sessioni di discussione si preannunciano infuocate. E il fatto che la maggiore eredità della Brexit siano le discussioni dettate dalla volontà di alcuni Paesi di preservare i privilegi “britannici” ottenuti in passato è decisamente ironico.

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