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La risposta dell’Unione Europea alla crisi del coronavirus è goffa e scoordinata sul tema politico-economico, ma arriva al massimo grado di confusione nella più cruciale delle sfide di breve periodo, quella sanitaria. In queste ore ha fatto molto discutere la scelta dell’italiano Mauro Ferrari, capo dell’European Research Center, di lasciare la carica in polemica con l’incapacità comunitaria di trovare una soluzione condivisa. Ma c’è anche un altro fronte che testimonia la fragilità dell’azione dell’Unione: lo smarcamento della Germania da qualsiasi piano condiviso per un approvvigionamento comune di dispositivi di protezione individuale.

Come dare, in questo caso, torto a Angela Merkel che con una semplice telefonata al leader cinese Xi Jinping è riuscita a portare all’incasso l’invio di un carico di 40 milioni di mascherine? L’arrivo della partita dagli stabilimenti dalla Moheco, azienda produttrice di materiale protezione controllata dallo Stato cinese, era stata annunciata dal prestigioso quotidiano bavarese Süddeutsche Zeitung, che ha aggiunto le modalità di trasporto, basato su cinque voli settimanali di Lufthansa. La mossa del governo di Berlino scavalca e manda anticipatamente in pensione qualsiasi volontà europea di creare un meccanismo comune di acquisto di dispositivi come le mascherine.

L’Unione si era infatti impegnata, secondo le ultime dichiarazioni, a mettere in campo una struttura di questo tipo attraverso il potenziamento di RescEu, programma interno alla protezione civile europea. I fondi del programma sono stati aumentati di circa 80 milioni di euro, ma tutto ciò non basta a rendere i singoli Stati disponibili ad attendere per risolvere questioni sanitarie che diventano vere e proprie problematiche politiche. Sulle mascherine è in atto una vera e propria “partita” geopolitica, legata alla corrispondenza tra accesso ai flussi di aiuti sanitari e aumento del soft power e della rilevanza delle nazioni esportatrici di presidi di sicurezza. Donazioni o, come nel caso del contratto tedesco, vendite a prezzi di favore divengono innegabilmente un asset strategico. La Cina lo sa e mira a fare leva sui rapporti privilegiati con i partner. Tra cui la Germania, in Europa, spicca: “Il governo cinese ha stilato una lista delle aziende di Stato che realizzano dispositivi di protezione individuale con un’alta capacità di produzione, qualità affidabile e prezzi accettabili. Pechino decide come si acquista da queste aziende. Esiste una sorta di hotline statale utilizzata da ambasciate e governo in tutto il mondo”, fa notare la Süddeutsche Zeitung.

La lentezza della risposta comune europea, del resto, non poteva portare ad altre conseguenze. Tutti i singoli Paesi si stanno muovendo in ordine sparso ma, in ogni caso, la singola ed estemporanea azione di una cancelleria nazionale sul tema dei presidi medici è garanzia maggiore dell’incertezza comunitaria. L’Italia, ad esempio, metterà sul piatto oltre 200 milioni di euro per accaparrarsi nuove forniture dalla Cina. Le disponibilità di RescEu sono tutt’altro che in grado di equiparare la potenza di fuoco di una singola nazione. ll coordinamento avrebbe avuto senso a inizio emergenza, non quando i morti si contano a decine di migliaia in tutta l’Unione e la diffusione del contagio procede a ritmi diversi tra una parte e l’altra del Vecchio Continente. Too little, too late: il motto più applicabile alle politiche comunitarie trova, in questo caso, nuova conferma.

 





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