La Germania in affanno per il coronavirus?

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Se Roma piange, Berlino non ride: le analisi emerse nelle ultime giornate lasciano intendere, anche nei casi più ottimisti, che per l’Italia si preannunciano momenti duri sul fronte dell’economia a causa degli impatti del coronavirus e delle conseguenze ad ampio raggio del contagio sull’economia globale. Ma a pagare dazio potrebbe essere anche la Germania, che in quanto a serenità economica e prospettive di crescita non si trovava in una situazione di gran lunga migliore dell’Italia.

Berlino viene da un 2019 sottotono in cui è riuscita ad evitare per un soffio la caduta in recessione e in cui la domanda interna e la produzione industriale hanno sofferto per l’eccessiva dipendenza dell’economia di Berlino dal suo modello fondato sulle esportazioni. A turno gli economisti, gli esponenti del mondo imprenditoriale e la Bundesbank hanno provato a fare pressioni sul governo di Angela Merkel per chiedere una svolta anti-ciclica e un’apertura agli investimenti produttivi, ma con poche conseguenze. Berlino ha proseguito a vegliare su uno status quo instabile, dovendo tra le altre cose mediare con problematiche quali l’esplosione della crisi di Deutsche Bank.

Ora di fronte al virus “il re è nudo” e il governo della “Cancelliera” rischia di doversi confrontare con una situazione delicata. In primo luogo per le polemiche sulla gestione del contagio nel Paese che, a lungo negato, si è accertato di recente essere antecedente a quello italiano che ha portato alla messa in quarantena dell’area di Codogno. E, di converso, per la gestione dell’impatto economico del Covid-19 sull’economia tedesca. Potenzialmente virulento perché destinato a colpire la dipendenza di Berlino da una catena logistica globale oramai in affanno. Nonostante le imprese tedesche, guidate dalla Volkswagen, abbiano cercato di dare uno stimolo di ripresa all’economia globale riaprendo gli impianti in Cina.

Il primo settore a lanciare l’allarme è quello del trasporto aereo, il cui danno economico nel 2020 è stimato a livello globale come potenzialmente in grado di toccare i 113 miliardi di dollariLufthansa ha temporaneamente sospeso lo stop ai voli di 150 dei suoi 770 velivoli e bloccato la percorrenza di venticinque delle sue tratte più lunghe. Un’immagine plastica della fase di sospensione della globalizzazione in cui ci troviamo a vivere e che Berlino potrebbe pagare duramente.

“La paralisi si diffonde parallelamente all’epidemia da un settore all’altro”, aggiunge StartMag. “Soffre la logistica, con il rallentamento del trasporto mondiale e il rischio che le imprese di navigazione vengano risucchiate nel cono d’ombra delle insolvenze. Arranca l’automotive cui a breve mancheranno i componenti per l’interruzione delle catene delle filiere e che già ora sconta il crollo delle vendite in casa, mentre il tonfo di quelle in Cina preannuncia ulteriori dolori”. Nel mese di febbraio, Pechino ha annunciato un crollo dell’80% delle immatricolazioni di nuovi veicoli. La chimica industriale e la farmaceutica tedesca, invece, non stanno partecipando alla corsa al vaccino del Covid-19 in atto su scala globale e i big del settore, da Evonik a Basf e Covestro, “aumentano intoppi nella logistica e nella produzione in Cina e puntano tutto su un ritorno alla normalità”.

La Germania potrebbe essere costretta dalla contingenza a invertire la rotta dell’austerità e dei tagli di bilancio rilanciando gli investimenti produttivi. Soprattutto, l’entrata in recessione potrebbe far venire meno la fedeltà ai dogmi del contenimento del deficit a livello europeo: uno degli impatti del coronavirus in Europa potrebbe infatti essere la definitiva manifestazione dell’inutilità delle regole del patto di stabilità nel fronteggiare crisi e shock sistemici. E il declino del mito delle “regole” su cui Berlino ha sempre furbescamente giocato per affermare la sua egemonia europea.