L’ascesa a Downing Street del nuovo leader conservatore Boris Johnson ha incrementato le possibilità che, indipendentemente dall’avanzamento delle trattative con Bruxelles, l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea avvenga il 31 ottobre prossimo anche a costo di uno strappo unilaterale, di una “Hard Brexit” che rischia di far piombare nel caos i rapporti tra le due sponde della Manica.

Quel che molto spesso non viene raccontato è che in caso di Brexit senza accordo e innalzamento di barriere tariffarie e doganali tra continente e isole britanniche l’Unione Europea si troverebbe in una situazione di caos peggiore rispetto a quella che dovrebbe affrontare Londra. Il motivo è da ricercarsi nell’appiattimento politico-economico di Bruxelles sui desiderata politico-economici della Germania, sul suo modello commerciale mercantilista, che deprime le economie periferiche del Vecchio Continente, e sulla sua vulnerabilità di fronte alla crescente buriana che va montando su scala globale.

“La maggiore forza contrattuale dell’ Unione europea è un mito da bollettino di guerra”, taglia corto Italia Oggi. La Gran Bretagna si prepara andando a visitare la Scozia dimostrando quanta sia lucida questa nazione che da tre anni viene dipinta come allo sbando rispetto, per esempio, all’Unione europea. Le conseguenze politiche e di ordine interno evidentemente sono ben comprese. L’Europa a guida tedesca si presenta a questo appuntamento con l’ economia accerchiata dal rallentamento globale, mezzo continente distrutto dall’austerity passata e minacciato da quella attuale, e una Bce che non può tutto e non riesce a consegnare fatti sufficienti”, avendo di fatto dovuto incamminarsi sul sentiero subottimale del “quantitative easing permanente” senza mettere in campo strumenti a favore dell’economia reale.

Non a caso a luglio il Ministro dell’Economia di Angela Merkel, Peter Altmaier, si è recato a Washington per cercare di ritrovare un modus vivendi con l’amministrazione Trump su dazi e commercio: la Germania percepisce la crescente perdita di rilevanza nella contesa commerciale, che Usa e Cina combattono sul piano tecnologico dove l’Europa arranca in quanto a presenza ai vertici dei mercati globali, e prova a tappare le falle. Pronte di nuovo a esplodere se una “Hard Brexit” facesse piombare nel caos le relazioni di Berlino con quello che è il suo quintomercato di esportazione, fondamentale per quell’industria automobilistica che è vitale per la Germania.

Un no deal, scrive Affari Italiani, “provocherebbe un contraccolpo sull’economia tedesca visto che i produttori di automobili tedeschi esportano, ogni anno, più di 12 miliardi di euro in Gran Bretagna. Uno studio della Bertelsmann Foundation ha calcolato che una Brexit senza accordo taglierebbe i redditi dei tedeschi di 10 miliardi di euro. Inoltre, la Germania dovrebbe pagare 4,4 miliardi di euro in più nel bilancio dell’Ue per compensare la perdita dei contributi britannici, stima Bruegel, un think tank con sede a Bruxelles”. La crisi dell’export tedesco manderebbe in cortocircuito il modello mercantilista su cui è fondata la posizione della Germania in Europa, al cui interno Berlino “bara” sfruttando le politiche di deflazione salariale e svalutazione interna per acquisire competitività commerciale e un abnorme surplus commerciale ai danni dei Paesi limitrofi. Surplus a cui Berlino aggiunge le sue politiche di bilancio che stanno portando via via fuori dal mercato i Bund, tolgono all’economia europea miliardi di investimenti e possibilità competitive. Una ricetta per il disastro nel contesto problematico dell’economia mondiale. In cui all’Europa serve, essenzialmente, voltare le spalle all’austerità di matrice tedesca, prima che Berlino la mandi definitivamente allo schianto frontale con i problemi della Brexit e della competizione commerciale globale.

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