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C’è un’Italia che guarda con attenzione alla sempre più mordente crisi industriale tedesca, ed è quella dell’industria del Nord, soprattutto del nuovo triangolo industriale che unisce Lombardia orientale, Veneto occidentale e Emilia, polmone del manifatturiero italiano. In quest’area che ha, idealmente, un vertice tra Brescia e Bergamo, un altro a Padova e il terzo a Bologna si concentra non solo il capitale industriale più attivo e vocato all’export ma anche il cuore della relazione economica italo-tedesca, uno degli assi portanti del commercio europeo.

Elaborando i dati del più recente studio della Camera di Commercio Italo-Tedesca sui rapporti commerciali tra Roma e Berlino, notiamo che l’interscambio tra la Germania e le province dell’area industriale oggetto dell’analisi (Brescia, Bergamo, Verona, Padova, Treviso, Vicenza, Piacenza, Parma, Modena, Bologna) valga complessivamente oltre 53 miliardi di euro: 16,19 miliardi in Lombardia, 21,44 miliardi in Veneto, 15,40 miliardi in Emilia. Gran parte di questo interscambio è presidiato dalla capacità produttiva delle catene di subfornitura italiane alla manifattura trainante dell’industria esportatrice della Germania, dalle forniture di macchinari industriali che viaggiano su entrambi i fronti, dalla domanda italiana di beni di consumo come auto, farmaci, prodotti chimici, elettronica prodotta nella Repubblica Federale.

La crisi di Volkswagen, le parallele difficoltà di Stellantis in Italia, le tensioni di mercati legati alla subfornitura, la gelata degli ordini e della domanda in Germania e le prospettive di rincari dell’energia, soprattutto del gas naturale, a cavallo tra fine 2024 e inizio 2025 lasciano presagire che questo montante di interscambio possa essere eroso. E chiama i territori a un’azione comune per presidiare l’industria esportatrice nazionale, tenendo ben presente che il principale mercato di sbocco, quello tedesco, vive una serie di problemi sistemici: fine della facile equazione energetica che prevedeva forniture a basso prezzo dalla Russia in cambio di un grande mercato di sbocco nel Paese euroasiatico; rincari delle materie prime, compreso l’acciaio, che hanno causato problemi a cascata nella produzione industriale; emersione di una dura concorrenza con la Cina in molti settori; regolamenti europei, a partire dalla svolta sull’automotive per il 100% elettrico entro il 2035, che hanno squassato intere filiere.

Italia e Germania devono capire che a livello europeo o si gioca di sponda o saranno dolori. Mentre Berlino si avvia al voto anticipato, sul piano industriale mai quanto oggi le battaglie dovrebbero essere comuni: maggior pragmatismo nel Green Deal, sostegno all’industria, promozione delle filiere europee dell’export, mercato comune dell’energia, se possibile addirittura debito comune a sostegno dell’economia reale. Il rischio di un riflesso condizionato tedesco che dopo il voto del 23 febbraio chiami invece nuova austerità, nuovo rigore, nuove strette sulla cooperazione con il Sud Europa è concreto, e potenzialmente autolesionista. Per quanto riguarda l’Italia, bisognerà aspettare gennaio per capire se dopo la crisi del mercato tedesco sarà un’altra bomba industriale, quella dell’Ilva, a essere innescata ponendo i campioni dell’export in difficoltà in una contingenza critica. L’inverno è appena arrivato, ma sarà lungo: a decisori e imprese il compito di gestire con serietà una fase in cui ci sarà da tenere duro su molti fronti.

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