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La pandemia di coronavirus ha svolto il ruolo di acceleratore di processi in via di consolidamento da tempo. Tra questi, uno dei più salienti è stato senz’altro il graduale passaggio dei sistemi economici più avanzati a uno stato di crescente digitalizzazione.

Come abbiamo più volte ribadito su queste colonne, il coronavirus è stato un vero e proprio Giano bifronte capace di creare, al tempo stesso, più e meno globalizzazione. Da un lato, si sono manifestati i confinamenti, le chiusure dei confini, la destrutturazione delle catene del valore, la velata competizione politica per la conquista di asset biomedicali, farmaci, vaccini. Gli indici del commercio, il Pil dei principali Paesi, altri indicatori fondamentali della vitalità del mondo globale (dai viaggi aerei ai flussi migratori) hanno conosciuto un profondo recesso, le metropoli simbolo della globalizzazione sono a quasi un anno di distanza profondamente mutate nella loro vitalità.

Dall’altro, abbiamo assistito a fenomeni come la diffusione dello smart working, l’ampliamento del traffico internet su scala globale, l’attestazione di una crescente dipendenza delle società dalle reti di telecomunicazione, l’insorgenza di fenomeni di sorveglianza crescente su dati e spostamenti delle persone. Elementi che rafforzano la presa sociale del complesso tecno-finanziario e il peso delle nuove tecnologie, ultima frontiera della globalizzazione.

In tutti i Paesi più progrediti economicamente e tecnologicamente, le videochiamate su Zoom, Teams o Skype sono divenute ordinarie; smartphone e social network hanno ridotto le distanze imposte dai confinamenti; le reti sono state messe duramente alla prova dall’aumento delle connessioni. E a tutti questi processi è corrisposto un aumento dell’influenza politica ed economica dei Paesi controllori delle tecnologie di riferimento.

Cina e Usa esplorano la “frontiera infinita”

Temi come il 5G, l’intelligenza artificiale, lo sfruttamento dei big data, le nuove frontiere del deep learning e del calcolo quantistico stanno gradualmente facendo breccia sul fronte del dibattito pubblico e politico. Ma anche dopo un anno intenso come il 2020 in Italia e in Europa si fatica a restare al passo del principale apporto concettuale dell’attuale fase di sviluppo tecnologico: quello che riteniamo essere il futuro è il presente, l’impatto delle nuove tecniche sui costumi, i servizi, l’attività economica non sarà affatto neutrale.

Logico, da un lato, se consideriamo il fatto che la frontiera infinita dell’innovazione viene esplorata ai suoi confini più remoti in altri lidi del pianeta. Già nel 1968 il giornalista francese Jean-Jacques Servan-Schreiber pose sul tavolo in un saggio dal titolo eloquente (“La sfida americana”) la questione della minorità tecnologica europea come fattore di ridimensionamento del Vecchio Continente a scapito degli Usa. L’autore sottolineava come nel campo tecnologico si sarebbe giocata la trasformazione dell’Europa e degli Stati Uniti in due “civiltà distinte”: “Non diventeremo poveri; anzi, secondo tutte le previsioni, continueremo ad arricchirci. Ma saremo sorpassati e dominati per la prima volta da una civiltà più progredita”.

E ora alla sfida americana si è aggiunta quella cinese: Washington, come Mariana Mazzucato ha fatto notare ne “Lo stato innovatore”, ha costruito gli standard dominanti di Internet, delle telecomunicazioni di ultima generazioni, della gestione dei big data e dei trend globali; Pechino, sulla scia dei colossali programmi di investimento dell’ultimo trentennio, sta esplorando le frontiere della tecnologia più avveniristica posizionandosi come egemone nel 5G e accelerando sugli sfruttamenti economici, sociali e politici dell’Ia e delle tecnologie ad esse legate.

Simone Pieranni in Red Mirror ha fatto notare come gli algoritmi di ultima generazione e le loro applicazioni in Cina abbiano trovato applicazione, tra le altre cose, per permeare politiche di controllo sociale e “schedatura” che secondo l’economista Shoshana Zuboff troverebbero il loro contraltare nel “capitalismo della sorveglianza” con cui i giganti del digitale occidentale accumulano dati, informazioni e conoscenze per amplificare la pervasività dei loro business. Pensiamo alla ramificazione conosciuta negli ultimi anni da aziende come Amazon, che da piattaforma logistica è divenuta una sorta di Compagnia delle Indie contemporanea, con gangli estesi dal cloud dati alla trasmissione di programmi e prodotti d’intrattenimento.

Il rischio della distopia digitale

La pandemia ha consentito a questi giganti una sorta di “liberi tutti” in ogni principale economia del pianeta. Ne troviamo conferma nella dilatazione clamorosa dei listini borsistici dei titoli tecnologici nei mesi in cui il mondo veniva travolto dalla pandemia, che hanno portato il Nasdaq statunitense a sfondare ogni record di capitalizzazione e Apple a divenire la prima compagnia della storia a sfondare il valore di 2 trilioni di dollari. Ma per il futuro sarà necessario un governo della tecnologia che permetta di ripristinare il controllo del fattore umano. Evitando quella “distopia digitale” che consegni agli algoritmi e alle loro scelte il futuro degli ordinamenti sociali ed economici e portando avanti una riflessione critica sul piano politico ed etico sull’impatto delle nuove tecnologie. Quando un bombardiere statunitense riesce ad avere un algoritmo come co-pilota o quando in India un software di governo del welfare priva arbitrariamente un uomo della tessera annonaria condannandolo alla morte per fame le riflessioni di questo tipo non possono non essere ampie e di lungo termine.

L’era digitale va consolidandosi come un processo capace di autoalimentarsi e quelli che mancano, ora come ora, sono i grandi critici, le grandi e strutturate riflessioni in grado di coglierne opportunità e rischi in maniera organica.

L’era delle prime rivoluzioni industriali ha avuto, nel Regno Unito, un Charles Dickens intento a raccontarne il prezzo sociale in termini di abiezione e degrado umano degli ultimi, dei dimenticati e degli individui oggetto del processo di sviluppo economico; in Germania, un Otto von Bismarck capace pragmaticamente di capire la necessità di evolvere le reti sociali e di welfare per contenere disuguaglianze e malumori sociali; da Karl Marx a José Ortega y Gasset, grandi pensatori si sono interrogati sul futuro delle società dopo l’ascesa dell’uomo-massa dell’era industriale. Nel Novecento, un Charlie Chaplin ha saputo, con il piglio dell’ironia, avvertire sui rischi della standardizzazione dell’era della catena di montaggio attraverso un capolavoro del cinema come Tempi moderni. Karl Polanyi ne La grande trasformazione ha dato strutturazione al pensiero economico e politico riguardante l’impatto di lungo termine dei grandi cambi di paradigma.

L’innovazione al servizio dell’uomo

Così come l’era della globalizzazione manca del suo Weber, del suo Pirandello, del suo Nietzsche, di pensatori in grado di coglierne strutturalmente limiti e ipocrisie, l’era della rivoluzione digitale non ha ancora proposto critiche sociali e politiche di tale portata. Se non su scala limitata: intenta a leggere il segno dei tempi, la dottrina sociale della Chiesa va da tempo interessandosi alle prospettive ultime della rivoluzione tecnologica avendo individuato la chiave di lettura migliore per interpretarla: quella che porta a leggere l’innovazione come un fattore da interpretare in chiave antropocentrica.

Ovvero mettendo l’uomo come obiettivo ultimo dei processi e degli sviluppi che riguardano i processi di innovazione, troppo spesso visti da attori economici, imprese e governo unicamente sotto la chiave di lettura del costo/opportunità. E dunque in un’organizzazione spesso si predilige innovare per ridurre i costi e risparmiare lavoro, non per impiegare più lavoro in forme più strutturate e consolidate, arricchendo l’uomo di competenze, professionalità, prospettive.

Analogamente, sul fronte sociale la distanza comunicativa che le tecnologie, apparentemente, azzerano nei fatti permane e non accorgersi di questo rischia di modificare profondamente i paradigmi dell’interazione umana.

Leggere la rivoluzione digitale: l’esempio della Chiesa

L’Arcidiocesi di Torino ha lanciato un’iniziativa di riflessione sull’innovazione denominata “Apostolato Digitale” per interrogarsi proprio sulle questioni di lungo termine che l’innovazione di frontiera apre. “Già nel Documento finale del Sinodo dei Giovani di due anni fa i padri sinodali riconoscevano che l’ambiente digitale rappresenta per la Chiesa una sfida su molteplici livelli e che è imprescindibile approfondire la conoscenza delle sue dinamiche e la sua portata dal punto di vista antropologico ed etico”, ha dichiarato uno dei promotori dell’iniziativa, e tra i massi esperti italiani di Ia, don Luca Peyron, secondo cui “la  storia della Chiesa è inseparabile dalla storia del sapere e non dovrebbe stupire che una diocesi si faccia promotrice di un cammino che non solo genera opportunità di lavoro e di crescita, ma che rappresenta soprattutto un’occasione di discernimento sull’uomo stesso”.

L’innovazione, se messa al servizio di un vero umanesimo, di un rafforzamento del lavoro, delle prospettive sociali, della lotta alla povertà e alle disuguaglianze, dell’evoluzione professionale e culturale dei cittadini, cambierà in bene il mondo e creerà benefici diffusi. Ma anche definendo “neutrale” la tecnica, non tali sono gli uomini e i loro fini. Dal dominio del big tech alla società della sorveglianza, da uno sfruttamento eccessivamente rigido dei paradigmi indotti dall’innovazione alla digitalizzazione dei rapporti umani i rischi su cui l’umanità e i governi nel mondo post-pandemico dovranno interrogarsi saranno molti e di ampia portata.

La scelta della Chiesa è rara nel quadro delle grandi istituzioni globali, in quanto analizza l’innovazione e la nuova rivoluzione tecnologica non solo in termini di redditività e impatto economico per le organizzazioni che le sapranno cavalcare (enormi e incalcolabili) ma come fattori di cambiamento dell’uomo e del suo rapporto col mondo circostante. E nel mondo che verrà queste analisi dovranno necessariamente procedere in parallelo a qualunque livello, dalla politica all’accademia.