La frenata della Germania rallenta tutta l’Europa

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La Germania continua la sua fase di difficoltà economica. Il caso Deutsche Bank e le tensioni commerciali con gli Stati Uniti non sono i soli nodi al pettine per la prima economia del Vecchio Continente.  Gennaio è stato un mese da dimenticare per la produzione industriale del Paese, che ha registrato un calo del 2,6% rispetto al +0,9% di dicembre 2018. In questo contesto è arrivato puntuale il taglio delle stime sul Pil da parte della Confindustria tedesca, la Bdi, che ora stima per il 2019 una crescita dell’1,2% a fronte del precedente +1,5%. Motivo del ribasso, oltre alle tensioni con gli Usa e le incertezze bancarie, l’imminenza della Brexit, che si preannuncia come un fattore di indebolimento per l’export tedesco.

“L’ economia continua a perdere slancio, principalmente per motivi legati a fattori esterni”, ha dichiarato Joachim Lang, direttore della Bdi, “le ripercussioni sul commercio estero stanno avendo un effetto frenante”. Effetto frenante che, una volta di più, sono destinate a ripercuotersi su tutta l’Unione. Perché la Germania, nell’ultimo decennio, è stata a più riprese il vincolo principale che, con il suo mercantilismo monetario e con la deflazione interna non compensata da un incremento della domanda dei suoi cittadini, ha impedito una ripresa generalizzata dell’Europa. Come eloquentemente sottolineato dall’ex viceministro delle Finanze tedesco Heiner Flassbeck, che ha definito la Germania “il maggior peccatore economico d’Europa”.

Come riportato da Sergio Cesaratto in Chi non rispetta le regole, sul banco degli imputati sono chiamati in primo luogo la politica commerciale tedesca e il suo “mercantilismo monetario“. La Germania di Angela Merkel e gli altri Paesi in forte surplus commerciale, come l’Olanda, “hanno approfittato dell’indebitamento e delle importazioni dai Paesi periferici per accrescere le proprie esportazioni e (…) ora violano la regola del gioco fondamentale di aiutare il riequilibrio all’interno dell’unione monetaria espandendo la propria domanda interna”. In questo contesto, la Germania, pur criticando il quantitative easing di  Mario Draghi,ne ha indirettamente beneficiato grazie al volano garantito dalla svalutazione della moneta unica”.

Nell’ultimo periodo, il copione si sta ripetendo. La Germania ha chiuso il 2018 con un trimestre a crescita zero, evitando per un soffio la recessione e il governo ha annunciato la possibilità di aprire a politiche espansive. Che tuttavia ancora latitano. Come sottolinea Il Sussidiario, “questo momento è incomprensibile che con il Paese sull’orlo della recessione il 2018 sia stato chiuso con un surplus fiscale record. La Germania deve smettere di risparmiare, deve spendere e violare, come ha fatto 20 anni fa, il Patto di stabilità. Quando la spesa pubblica e privata della Germania inizierà ad aumentare, il resto dell’Eurozona comincerà ad aumentare la propria attività”. Perché anche il nuovo ciclo espansivo della Bce, se lasciato isolato e non trasmesso all’economia reale, non funzionerà: finché la Germania non imporrà una decisa svolta a una linea di condotta dannosa per il benessere aggregato dell’Unione, un rafforzamento dell’economia comunitaria sarà impossibile.