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Nel pieno della crisi economico-finanziaria da coronavirus la Francia guarda con interesse a Avio, una delle maggiori eccellenze del nostro settore di frontiera dell’aerospazio, e rilancia l’idea di un’alleanza industriale tra il gruppo italiano e la transalpina Ariane. “Sarebbe positivo se si potessero fare raggruppamenti industriali in modo da liberare più mezzi finanziari e maggiori capacità di investimento nel settore dei lanciatori spaziali, che è strategico per la nostra indipendenza”, ha dichiarato recentemente il ministro dell’Economia di Parigi Bruno Le Maire.

La nuova corsa allo spazio è partita economica, geopolitica e strategica in cui l’Italia ha numerose carte da giocare. In primo luogo esse afferiscono a un settore industriale e produttivo dinamico sia nella realizzazione della componentistica (dagli spettrometri alle valvole termiche per i satelliti) sia nella ricerca e sviluppo di moduli, impianti e vettori per l’esplorazione spaziale e lo sfruttamento dei suoi dividendi in diversi settori.

Prima dell’esplodere dell’emergenza coronavirus l’Italia si era posizionata in prima linea nell’espansione della politica spaziale europea e del bilancio dell’European Space Agency (Esa), puntando a misure capaci di avere una ricaduta diretta su un tessuto industriale e produttivo dinamico per la space economy.

Quarto a livello europeo e settimo su scala mondiale, l’aerospazio italiano fattura 15 miliardi di euro l’anno e produce esportazioni per circa 5,8 miliardi. Al suo interno si muovono dinamiche industrie di piccola e media taglia tra cui, come scrive BeBeezZoppas Industries, che fa parte delle aziende della storica famiglia industriale che è il numero uno mondiale nella produzione di resistenze elettriche e sistemi riscaldanti per gli elettrodomestici, ma che progetta e produce anche elementi riscaldanti di elevata qualità e affidabilità per satelliti e altri veicoli spaziali, avendo fornito sinora più di cento programmi spaziali internazionali”. Il nerbo del settore restano però i grandi gruppi: Leonardo, Thales e, appunto, Avio. Che gioca un ruolo da protagonista nella corsa allo sviluppo e all’aggiornamento dei lanciatori Vega, fondamentali per la messa in orbita di piccoli satelliti, entrati impetuosamente nell’interesse di Parigi.

Lo sviluppo del programma Vega, a partire dal volo inaugurale del 2012, ha messo in discussione l’assoluta centralità della Francia e dei lanciatori Ariane nei programmi dell’Esa. Il binomio tra la capacità autonoma dell’industria francese di realizzare lanciatori e il controllo di Parigi sulla base di Kourou, in Guyana Francese, da cui effettuare i lanci è sempre stato considerato inscalfibile, prima che Roma ed Avio intervenissero a spezzare un monopolio de facto. Come fa notare su Formiche l’analista e ingegnere aerospaziale Marcello Spagnulo “ogni operazione europea che potenzialmente potrebbe perturbare tale configurazione è sempre destinata a mettere in allerta Parigi. Negli anni 2000, la volontà italiana di realizzare il Vega incontrò non poche difficoltà prima di vedere la luce. Ancora oggi, i suoi piani di crescita creano reazioni contrastanti oltralpe. Ora, in Europa si deve aggiungere anche una rinnovata ambizione tedesca con la OHB di Brema che ha costituito una società, la Rocket Factory Augsburg GmbH, controllata dalla MT Aerospace, per realizzare un nuovo lanciatore”.

Di fronte all’ipotesi di una concorrenza crescente la Francia offre all’Italia l’alleanza industriale in una fase critica per l’economia europea per mascherare evidenti obiettivi industriali e strategici. Anche nella settimana più dura per le borse italiane negli ultimi anni Avio ha contenuto a meno del 7% la perdita complessiva, confermando uno stato di salute roccioso (380-400 milioni di utili previsti per l’esecrizio 2019), ma oggigiorno ogni iniziativa nei confronti di attori strategici per l’economia italiana va valutata nel profondo. Il rischio che un’alleanza o una fusione con partner transalpini destinati a far la parte del leone abbattano le prospettive di programmi economici, industriali e politici autonomi per il nostro settore aerospaziale non è da escludere e compito del governo è rimandare a tempi migliori ogni discussione di questo tipo: la guerra economica, anche se latente, non si ferma mai. Ed è bene esser pronti a prevenirla prima di ritrovarsi, al termine di una fase emergenziale, dimidiati in un comparto tanto promettente per l’economia nazionale.