Anche Parigi teme per gli effetti economici del coronavirus. La Francia potrebbe scontare nel 2020 la sua più forte recessione dal 1945: lo ha dichiarato il ministro francese dell’Economia, Bruno Le Maire, in un audizione alla commissione Affari Economici del Senato. “È il peggior dato di crescita mai realizzato dal 1945”, ha dichiarato Le Maire, aggiungendo che la Francia sarà probabilmente molto al di sotto del -2,2%. “Questo – ha aggiunto – illustra la portata dello shock economico con cui ci confrontiamo”. Si tratterebbe quindi di una previsione ancor più nefasta rispetto al 2009, in seguito alla grande crisi finanziaria del 2008. Dati confermati anche dalla Banque de France, secondo cui il Paese ha subito una contrazione del 6 per cento nel primo trimestre dell’anno a causa delle misure per contenere il coronavirus.

Riducendo la quantità di lavoro prodotta nel Paese, il contenimento della popolazione sta riducendo parallelamente il reddito nazionale. Gli economisti citano perdite fino a 150 miliardi di euro. Per il momento, nessuno conosce né il contenuto esatto del conto della pandemia né come verrà pagato. L’unica certezza è che lo Stato francese, già troppo indebitato, non sarà in grado di sostenere questo fardello più della Spagna o dell’Italia. Parigi dovrà fare affidamento necessariamente sull’Unione europea e sulla Banca centrale europea oltre che su alcuni provvedimenti interni straordinari.

Dal secondo dopoguerra l’economia francese ha vissuto numerosi momenti di difficoltà entrando in recessione più volte. Tra il 1974 e il 1975 a seguito dello shock petrolifero, tra il 1992 e il 1993, nel 2009 a seguito della crisi finanziaria mondiale e nuovamente nel 2012. Il caso grave più recente fu senza dubbio quello del 2008-2009 dove si combinarono gli effetti della crisi finanziaria globale, il crollo delle esportazioni, la frenata degli investimenti e conseguente disoccupazione alle stelle.

New Deal alla francese

Questa crisi sarà violenta, globale e duratura”, ha tuonato Le Maire, aggiungendo di non conoscere altri episodi simili, in termini di shock economico, alla crisi del 1929. Di fronte a questa crisi, Bruno Le Maire ha difeso le scelte innovative del governo a supporto di aziende e dipendenti. Si riferisce in particolar modo al potenziamento del regime di disoccupazione parziale, che riguarda già 5 milioni di dipendenti e sta già costando 11 miliardi di euro, al fine di consentire il riavvio il più rapidamente possibile. Parallelamente, più di cinquecentomila imprese hanno chiesto al fondo di solidarietà un impegno di bilancio di 1,7 miliardi di euro al mese. Altre 100.000 aziende stanno utilizzando prestiti garantiti dallo Stato per un totale di 20 miliardi di euro. Tuttavia, ci tiene a precisare il ministro, la difesa di società strategiche non muterà il ruolo dello stato nell’economia francese: le nazionalizzazioni stricto sensu sono da contemplarsi solo in via temporanea al fine di tutelare i grandi gruppi.

La polemica era nata dall’ intervista del ministro su BFM Business, ove il titolare del dicastero di Bercy aveva dichiarato come la Francia fosse pronta a nazionalizzare le aziende, se necessario. “Proteggeremo il nostro patrimonio industriale”, aveva sostenuto il ministro, aggiungendo che non avrebbe lasciato scomparire grandi aziende francesi a causa di questa crisi sanitaria. Per quanto riguarda le società potenzialmente interessate, non ha fornito dati né specificato alcun nome, ma già alla fine del mese scorso erano stati tenuti colloqui con i leader delle case automobilistiche Renault e PSA. Tra i gruppi attenzionati vi è senza dubbio Air France, che sta subendo il peso maggiore della crisi economica legata al coronavirus e che ha annunciato la riduzione della sua offerta dal 70% al 90% per due mesi: il governo è azionista della compagnia aerea al 14,3% e sul suo destino era già intervenuto il primo ministro Edouard Philippe, assicurando che per Air France lo Stato fosse pronto ad assumersi le proprie responsabilità di azionista.

In un’intervista a France 2, Le Maire si era fatto portavoce francese della creazione di un fondo europeo di rilancio economico post-pandemia, che possa effettuare emissioni di titoli comuni con cui sostenere programmi di rilancio a medio e lungo termine, da sottoporre al vaglio dell’ Eurogruppo.

Il nodo europeo

A livello europeo, il ministro ha messo in guardia contro qualsiasi risposta non coordinata tra i 27 paesi. “Uno spazio monetario comune non sarà in grado di resistere alle crescenti disparità economiche tra i suoi membri”, ha avvertito, invocando una risposta supervisionata e coordinata all’interno dell’Unione: per il ministro l’Unione è destinata ad esplodere se gli Stati membri divergeranno e tarderanno troppo nella loro risposta economica.

Nella visione di La Maire tre strumenti possono ancora essere utilizzati per rispondere alla crisi. Innanzitutto, l’attivazione del meccanismo europeo di stabilità a sostegno degli Stati; poi, una Banca europea per gli investimenti pronta a fornire prestiti alle imprese. Infine, Bruxelles può sostenere la disoccupazione parziale all’interno dell’Unione. Ma questi elementi sono destinati a non bastare per una crisi di queste dimensioni: per il ministro francese è necessaria la creazione di un fondo di investimento o un sistema di fondi di solidarietà per finanziare tutte le spese post-crisi, soprattutto nei servizi pubblici, settore sanitario in primis, dove l’Europa registra delle gravissime disparità. Per Parigi anche altri settori, come quello automobilistico, del trasporto aereo o del turismo, dovranno anch’essi beneficiare di questo fondo perché duramente colpiti dalla pandemia e dal conseguente lockdown. Queste misure non servirebbero solo a questa nuova strana “ricostruzione” europea ma anche per foraggiare investimenti a lungo termine, volti ad impedire che l’Europa rimanga indietro rispetto alle economie emergenti. Il fondo verrebbe finanziato da un prestito di diverse centinaia di miliardi di euro, concesso dalla Commissione europea sfruttando il suo rating favorevole sui mercati per beneficiare di un tasso di interesse ridotto.

“Questa crisi richiede una solidarietà immediata e futura da parte dell’Unione”, ha concluso il ministro.

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