La Francia torna ad affacciarsi in Libia dopo mesi di assenza, pronta ad approfittare del greggio che è tornato a fluire e delle trattative in corso per formare un nuovo governo unitario. La posta in gioco è alta: non solo le riserve di petrolio più ingenti dell’Africa, ma anche un business della ricostruzione stimato intorno ai 30-50 miliardi di euro.

La Francia era uscita fuori dai radar in Libia dopo una lunga serie di scivoloni: dall’annuncio in pompa magna di elezioni “entro dicembre 2018” (mai tenute), al fermo di consiglieri militari in fuga dalla Tripolitania (negato senza troppa convinzione), fino alla scoperta di missili francesi nel quartier generale del generale Khalifa Haftar (ammessa con imbarazzo).

Il doppio gioco portato avanti da Parigi – da un lato con il premier Fayez al Sarraj, dall’altro sul terreno con l’uomo forte della Cirenaica, il generale Khalifa Haftar – non ha ancora portato i frutti sperati, soprattutto dopo l’intervento della Turchia del presidente-sultano Recep Tayyip Erodogan a favore del governo tripolino. Eppure il sud della Libia, con le sue labili alleanze fra tribù del deserto e i suoi confini porosi, è sempre rimasto sotto forte influenza francese. Da tempo, infatti, le forze speciali francesi proteggono i geologi in cerca di terre rare e controllano i corridoi da e verso Mali e Niger, usati da jihadisti e trafficanti. Ora il potente ministro dell’Interno del Governo di accordo nazionale (Gna) di Tripoli, Fathi Bashagha, si è recato a Parigi in cerca di un endorsement per la sua premiership.

Bashagha a Parigi

Ufficialmente, la visita in Francia del ministro libico originario della “città-Stato” di Misurata, roccaforte della Turchia in Libia e sede delle milizie considerate più forti del Paese, è servita a firmare un accordo con la società transalpina Idemia per lo sviluppo di un sistema di identificazione biometrica. Lo scopo dell’intesa a dire il vero non è chiarissimo: il comunicato del ministero dell’Interno libico parla vagamente solo di elezioni e poi di “altri utilizzi” non meglio precisati. Ma ciò che conta è il dato politico: Bashagha è andato Parigi in cerca di sponde per la sua premiership, l’accordo in sé è un pretesto. Una visita che rientra nel solco del viaggio del politico di Misurata in Egitto pochi giorni fa, prima dell’incontro di Tunisi concluso domenica 15 ottobre con una fumata nera. Nonostante i numerosi tentativi, Bashagha non è riuscito a ottenere la maggioranza dei voti dei 75 delegati riuniti dalle Nazioni Unite a Gammarth. A bloccarne la nomina sono essenzialmente due fattori: la forte competizione tra le diversi corrente della Tripolitania; l’opposizione della Cirenaica e degli Emirati Arabi Uniti a un candidato considerato troppo vicino alla Fratellanza musulmana.

Da Bengasi insistono per un altro nome: quello di Ahmed Maiteeq, vicepresidente del Consiglio di presidenza e artefice del ruvido ma efficace accordo per lo sblocco dei pozzi di petrolio. Il petrolio è effettivamente tornato a scorrere in Libia superando quota 1,25 milioni di barili al giorno, la capacità pre-blocco di gennaio. Secondo fonti Opec, la Libia ha richiesto di essere ancora esentata dai tagli alla produzione finché il suo output non si stabilizzerà a 1,7 milioni di barili al giorno. La massiccia ripresa del petrolio “dolce” libico (concorrente del greggio atlantico) ha sorpreso gli esperti, superato le previsioni degli analisti e attirato l’interesse delle multinazionali.

L’interessamento di Total

La National Oil Corporation (Noc), la compagnia petrolifera di Stato, ha annunciato che la compagnia petrolifera francese Total intende “espandere la propria base di investimenti in Libia”. A sua volta, Stephane Michel, presidente in Medio Oriente e Nord Africa della Total Exploration and Production, ha espresso la disponibilità dell’azienda “a fornire supporto e costruire ponti di cooperazione con il suo partner strategico”.

Parole al miele che colpiscono tanto la prospettiva di nuovi accordi o investimenti, quanto la tempistica: proprio durante la visita di Bashagha e soprattutto durante il picco della produzione di greggio libico. Perché da Parigi si fanno vivi ora mentre durante il blocco di Haftar non si sono visti né sentiti? Eppure gli interessi francesi in Libia sono rilevanti. Dopo un lungo contenzioso, lo scorso dicembre 2019 la Noc aveva dato il via libera all’acquisizione da parte di Total della partecipazione nella Marathon Oil Libya Limited (Moll) nelle concessioni Waha con una quota del 16,33 per cento. Total aveva detto che investirà fino a 650 milioni di dollari per sviluppare le concessioni di Waha con l’obiettivo di aumentare la produzione di 180.000 barili al giorno. “La Libia è l’unico paese al mondo che fa accordi con i suoi nemici invece che con i suoi alleati. Questo non accadrebbe mai in un paese veramente sovrano. Immaginate che la Russia attacchi il Regno Unito e poi venga ricompensata con contratti. La gente applaudirebbe?”, si è chiesto su Twitter l’attivista libico pro-democrazia Ahmed Sewehli.