Carrefour resterà francese, e a dirlo è il governo di Parigi che ha ritenuto strategico il mantenimento della proprietà transalpina sul colosso della grande distribuzione. Il ministro dell’Economia Bruno Le Maire, infatti, ha ha segnalato la propria opposizione a un’integrazione tra il gruppo Carrefour e la canadese Couche-Tard. “Non siamo favorevoli a questa operazione, lo diciamo con molto rispetto per Couche-Tard e per Carrefour”, ha detto Le Maire interpellato da Bfmtv-Rmc. L’operatore canadese aveva fatto un’offerta da 16 miliardi di euro per rilevare il gruppo francese, che ha realizzato nel 2019 un fatturato di circa 80 miliardi di euro e un utile superiore al miliardo, avente tra i suoi maggiori investitori alcuni dei nomi più importanti del capitalismo francese: gli Arnault, padroni di Lvmh, e i Moulin, proprietari delle Gallerie Lafayette, sono tra questi.

Per Le Maire il gruppo della grande distribuzione è strategico e va tutelato in nome della sovranità alimentare del Paese. Che ha portato il governo a porre de facto il veto sulla scia di un golden power “morale” e della contrarietà all’operazione. Le Maire si é dunque opposto per tutelare i cittadini francesi dal rischio che portare i poteri decisionali sugli ipermercati Carrefour fuori dal Paese possa mettere a rischio la certezza degli approvvigionamenti in una fase in cui la logistica alimentare è assurta a settore strategico, specie durante le critiche fasi di chiusura dei sistemi economici legate alla pandemia di coronavirus.

Carrefour, un autentico gigante con diffusione globale, è anche il primo datore di lavoro privato in Francia, essendo circa 85mila le persone assunte nelle migliaia di supermercati sparsi per tutto il territorio dell’Esagono. La sua rilevanza strategica per la sicurezza alimentare dei francesi è risultata particolarmente evidente durante l’ora più buia della pandemia. Il gruppo, tra marzo e maggio, ha poi lanciato iniziative solidali contro l’emergenza povertà, annunciato il taglio dei dividendi agli azionisti e fatto uno sforzo operativo e logistico per mantenere attive le filiere. In cui, per garantire un migliore tracciamento e una gestione più trasparente agli occhi dei consumatori, Carrefour si aiuta da tempo con le tecnologie più avanzate, avendo sperimentato anzitempo l’utilizzo della blockchain come strumento ideale.

Il gruppo di Boulogne-Billancourt, poi, ha un notevole potere di proiezione economica al di fuori della Francia. Carrefour gestisce infatti 12.300 negozi di diversi formati  in una trentina di Paesi e genera metà del suo fatturato al di fuori del territorio nazionale. Rappresentando dunque uno dei classici esempi di proiezione del capitalismo nazionale francese sulla scia dell’avanzata delle multinazionali transalpine.

La riflessione di Le Maire e la chiusura a un gruppo legato a una regione “amica” della Francia nel contesto canadese, il Quebec, la dice lunga sulle future rotte della competizione economica e strategica nell’era post-pandemia. In cui il vecchio motto secondo cui “se tutto é strategico, nulla é strategico” inizia a andare in crisi. Ci spieghiamo meglio: tradizionalmente, il perimetro della moral suasion politica contro operazioni di acquisto da parte di attori stranieri di aziende nazionali era limitato a una serie di settori ritenuti di indispensabile importanza.

Settori come l’energia, le telecomunicazioni, la difesa, l’aerospazioad esempio. A cui si sono gradualmente aggiunti anche quelli della componentistica, dei semiconduttori, della tecnologia più avanzata e, sulla scia della pandemia, un’altra serie di comparti. Biomedicale e farmaceutico, ovviamente, sono stati i primi. Ma il mare in tempesta del mondo colpito dal Covid-19 ha fatto perdere alle nazioni diversi punti di riferimento, facendo sì che anche settori legati ai bisogni apparentemente più elementari come quello della distribuzione organizzata e dell’alimentare acquisissero una centralità, per così dire, “geopolitica”.

La Francia, Paese in cui il “confine” tra operato pubblico nell’economia e interesse dei settori privati è sfumato e gli attori principali del capitalismo nazionale contribuiscono alla strategia nazionale, si pone una volta di più come precursore di queste nuove tendenze. La visione politica degli equilibri internazionali del capitalismo propria di Parigi ha fatto sì che Le Maire e il governo francese non derogassero da principi espletati in ambiti tradizionalmente più strategici anche quando una transazione poteva coinvolgere un gruppo come Carrefour.

Su questo ragionamento è bene che anche il governo italiano inizi a riflettere, specie qualora in futuro dovessero riproporsi alle nostre porte gli attori transalpini che a più riprese hanno fatto shopping nel nostro Paese non disdegnando le filiere agroalimentari: Lactalis, il gruppo che controlla Parmalat, è l’azienda più nota, ma non l’unica. “I francesi”, ha scritto in un report Coldiretti, “sono presenti nella Fattoria Scaldasole, nella cantina Biondi Santi ma anche la Orzo Bimbo è stata acquisita dalla francese Nutrition&Santè S.A.”, che è nella catena di distribuzione Gs con Carrefour. “E nello zucchero italiano c’è la mano francese su Eridania ed oggi 4 pacchi di zucchero su 5 consumati in Italia secondo la Coldiretti sono stranieri”: ricordare questi dati di fatto è importante per capire come la lungimiranza delle mosse di Parigi stia nel sostanziale adeguamento al motto “fai negli altri Paesi quello che non vorresti venisse fatto nel tuo”. Un principio che si condensa in un concetto: saper fare veramente politica economica. Perchè prima della prosperità, lo ricordava già Adam Smith, viene la sicurezza. E oggi, dal campo sanitario a quello alimentare, non c’è nulla di più della sicurezza da tutelare per un sistema-Paese.

 

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