Le politiche di austerità stanno contraddistinguendo le scelte economiche globali da almeno un decennio a questa parte: tanto da parte dei Paesi avanzati, quando da parte di quelli in via di sviluppo. Spesso, su suggerimento di istituti internazionali operanti nel settore finanziario: fra questi, il Fondo monetario internazionale, la Banca mondiale ed altri protagonisti.

Questi medesimi protagonisti del panorama economico hanno sovente spinto, attraverso prestiti e consulenze, numerosi Stati ad intraprendere dei percorsi da loro medesimi studiati ed architettati. Itinerari che hanno contemplato riduzione del debito pubblico, progressivo smantellamento dello Stato sociale (col fine del risparmio erariale e dell’avanzo di bilancio), privatizzazioni del settore statale (puntando sulla competitività aziendale, sulla logica mercantilista dell’esportazione e così via).

Tuttavia, considerando il lasso di tempo principiato con la crisi dei mutui sub-prime negli Stati Uniti, nel 2007-2008, ed il successivo allargamento delle maglie della crisi stessa a tutto il mondo, l’austerità non ha svolto una funzione benefica, laddove esercitata. Un’evidenza politicamente difficile da ammettere, per ovvie ragioni, ma culturalmente dibattuta. Recentemente, un long read su “Project Syndacate” a firma di Isabel Ortiz (Columbia University, direttrice dell’Ilo e dell’Unicef) e Matthew Cummins (economista presso le Nazioni Unite e l’Unicef) ha nobilitato ulteriormente questa critica, a maggior ragione in quanto partente dai dati e dalle proiezioni del Fondo monetario internazionale. Ossia, da uno di quegli istituti che ha promosso le succitate inefficaci politiche economiche. Tuttavia, occorre in questo senso fare un piccolo passo indietro.

Il meeting di Fmi e Banca mondiale a Washington DC

Dal 14 al 20 ottobre 2019 si è tenuta presso la capitale degli Stati Uniti, Washington DC, la riunione annuale degli esperti e studiosi del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale, i quali si erano già incontrati in primavera per una discussione di medesimo stampo. Questi meeting sono volti all’analisi dell’andamento economico globale, secondo gli strumenti ed i calcoli forniti da tali istituti: indi per cui, sono anche emblematici delle idee e delle azioni di politica economica che coloro che ne fanno parte considerano le più fruttifere ed applicabili.

Le conferenze, che sono proseguite per circa una settimana, hanno visto le relazioni di diversi nomi importanti: primo fra tutti, Gita Gopinath, capo economista del Fmi e portatrice, a nome dell’istituzione che rappresenta e per cui lavora, di una determinata visione economica. Una prospettiva, un orizzonte di senso che si radica nel paradigma liberista: l’infatuazione del Fondo per la riduzione del debito e per la competitività privatistica ne sono palesi estrinsecazioni. Non incidentalmente, la medesima Gopinath, nell’aprile del 2019, ha aspramente criticato la Modern Money [Monetary] Theory, contemplante maggiore intervento statale in economia, calmieramento finanziario da parte delle Banche centrali (magari con tassi di interesse negativi sul mercato azionario), deficit-spending, ri-definizione del debito pubblico, esercizio della politica monetaria e di cambio in sinergia con quella fiscale, ed altre misure di tal fatta. Misure non contemplabili dalla chief economist, perché perfettamente opposte a quelle sinora applicate: nonostante l’interesse – pur strumentale – dimostrato da Draghi e Lagarde.

Il World Economic Outlook stilato dal Fmi in ottobre nasce da queste premesse teoretiche e fattuali, e parla con chiarezza finanche troppo lapalissiana: “Dopo aver rallentato bruscamente negli ultimi tre trimestri del 2018, il ritmo dell’attività economica globale rimane debole. Lo slancio dell’attività manifatturiera, in particolare, si è notevolmente ridotto, a livelli mai visti sin dall’inizio della crisi finanziaria globale. L’aumento delle tensioni geopolitiche e commerciali ha incrementato l’incertezza sul futuro del sistema commerciale globale e sulla cooperazione più in generale, influenzando tanto la fiducia delle imprese quanto le decisioni di investimento ed il commercio globale. Un notevole spostamento verso una maggiore accomodazione della politica monetaria – attraverso sia l’azione sia la comunicazione – ha attenuato l’impatto di queste tensioni su sentimenti ed attività dei mercati finanziari, mentre un settore generalmente resiliente ha supportato la crescita dell’occupazione. Detto questo, le prospettive rimangono precarie”.

Le prospettive, quindi, sono poco rosee, la previsione della crescita mondiale è stata tagliata, in quanto si sta assistendo – secondo le parole della nuova presidente del Fmi, la bulgara Kristalina Georgieva – ad un “rallentamento sincronizzato” della maggior parte dei Paesi, sviluppati e non. Tuttavia, le ricette che hanno contribuito a questa situazione critica – quelle dell’austerità spinta – sono esattamente le stesse che vengono proposte, da queste istituzioni, per curare il male dalle prime provocato ed ingigantito. Un conflitto evidente, le cui ipocrisie ed aporie sono state brillantemente evidenziate – tra gli altri – da Ortiz e Cummins.

“La follia dell’austerità”

Le politiche di austerità, come sopra accennato, si costituiscono di una serie di operazioni, le cui parole d’ordine sono competitività sui mercati internazionali, spending-review e riduzione del debito pubblico. Operazioni, invero, che trovano la loro scaturigine primigenia nel periodo del pensiero economico neoclassico (fra XVIII e XIX secolo), e che ignorano, tra le altre cose, la natura della moneta moderna e le peculiarità dei saldi settoriali.

A risentirne – sottolineano gli autori nel loro long read – sono soprattutto le popolazioni dei vari Paesi, nei quali i tagli alla spesa pubblica hanno implicato inevitabilmente una maggiore noncuranza dei servizi pubblici (trasporti, sanità, istruzione, ecc…) e spesso la privatizzazione di questi ultimi, i quali sono entrati nella logica del guadagno e del profitto. L’avvertimento lanciato da Ortiz e Cummins non lascia spazio ad interpretazioni:

Per molti cittadini e per le relative famiglie, gli standard di vita sono notevolmente peggiorati negli ultimi dieci anni, e continueranno a farlo fintantoché non cambieranno le politiche economiche [dei rispettivi governi]

La riduzione progressiva dei deficit, quando non anche la persecuzione di avanzi primari nei bilanci statali (di cui l’Italia, peraltro, è indiscussa protagonista, su spinta dell’Unione europea), ha danneggiato il tessuto economico dei Paesi in questione – che essi fossero ad alto reddito od in via di sviluppo -, normalizzando l’austerità. In particolar modo, attraverso aggiustamenti strutturali che, nell’opinione degli autori e sulla base dei dati del Fmi, proseguiranno imperterriti sino addirittura al 2024: la spesa pubblica, stando anche alle intenzioni dei vari governi, dovrebbe essere tagliata in ben 130 nazioni nel mondo (molte delle quali si trovano in Africa).

Gli studiosi rilevano, inoltre, che ben il 75% della popolazione mondiale sarà, più o meno apertamente, colpita dalle succitate politiche. La mancanza di investimenti pubblici, e l’incapacità del settore privato di creare condizioni ottimali di lavoro per il maggior numero di persone possibile (con, anzi, una tendenza opposta di deprezzamento del medesimo), hanno generato un deterioramento delle condizioni esistenziali delle persone, private quindi di diritti sociali e depauperate delle garanzie che questi portano con sé. Le recentissime rivolte in Cile ed Ecuador, e la vittoria peronista in Argentina (dopo il governo liberista di Macrì), sono insurrezioni colte a combattere esattamente tali paradigmi.

I governi, spesso politicamente legati tanto alle istituzioni finanziarie di cui sopra, quanto alle politiche da esse promosse, hanno optato per la prosecuzione dell’austerità: ossia, di politiche pro-cicliche e regressive, i cui nocumenti si sono indirizzati alle fasce più deboli delle popolazioni. La forbice sociale delle varie classi esistenti ha quindi aumentato il proprio scarto, di fatto generando o corroborando diseguaglianze e disparità.

I risultati del deterioramento operato dall’austerità

Nella percezione dei benefici rimasti, come nel loro progressivo ed inarrestabile peggioramento, si collocano le più manifeste ripercussioni delle già citate politiche economiche (e relative scaturigini). Ortiz e Cummins evidenziano gli effetti delle politiche di austerità più o meno ampiamente esercitate nel mondo, scandagliando direttamente i sistemi socio-politici dei vari Stati esaminati:

  • 86 Paesi (49 in via di sviluppo, 36 ad alto reddito) hanno considerato la modifica dei loro regimi pensionistici e dei loro sistemi di previdenza sociale in senso regressivo: condizioni d’accesso più difficili, alte contribuzioni per i lavoratori, basse esenzioni fiscali, pensionamento più tardo nell’età.
  • 80 Paesi (61 in via di sviluppo, 19 ad alto reddito) hanno sia preso in esame sia direttamente applicato una riduzione degli stipendi dei dipendenti pubblici, ivi compresi medici, infermieri, insegnanti e così via. Una compromissione grave della qualità dei servizi erogati alla gente.
  • 79 Paesi (44 in via di sviluppo, 35 ad alto reddito) sono andati al di là delle questioni fiscali, concentrandosi sullo smantellamento delle garanzie lavorative acquisite nei decenni precedenti. Adeguamenti del salario minimo, allentamento delle norme sui licenziamenti, contrattazione collettiva sono soltanto alcune delle misure intraprese: ed è curioso come siano stati soprattutto i Paesi occidentali (una buona parte di quelli che gli autori chiamano “ad alto reddito”) ad ottemperare a queste richieste di “flessibilità“. La deflazione salariale, la disoccupazione involontaria, l’assenza dei sindacati come mallevadori dei lavoratori hanno precarizzato le vite delle persone: la denatalità, il minor potere d’acquisto e l’aumento della povertà (i dati dell’Italia a livello infantile, ad esempio, sono allarmanti) ne sono le conseguenze.
  • 78 Paesi (61 in via di sviluppo, 17 ad alto reddito) hanno iniziato da tempo, e seguitato senza sosta, a limitare qualunque forma di sussidio pubblico, inasprendo i prezzi dei beni alimentari, del carburante per le automobili, dell’elettricità da distribuire alle abitazioni, e così via. Il tutto ha esercitato ed eserciterà una pressione al ribasso dell’economia, a danno sempre delle fasce più povere, non ragionando in ottica sistemica a lungo termine, ma con prospettiva limitata ed a breve termine (tipica del mondo finanziario, piuttosto che di quello politico).
  • 77 Paesi (60 in via di sviluppo, 17 ad alto reddito) sono alla ricerca di una riduzione delle prestazioni sociali (pensioni, assegni familiari, maternità, invalidità), sempre nell’ottica della riduzione del debito pubblico e dei tagli alla spesa (ma con speculare riduzione del PIL, il che non contribuisce al suo rapporto col debito pubblico stesso, anzi lo deteriora).
  • 73 Paesi (54 in via di sviluppo, 19 ad alto reddito) stanno aumentando le tasse ed eliminando le esenzioni, secondo la logica di trovare fondi: una logica perversa e fallace invero, in quanto in tal modo per finanziare un settore si è costretti ad impoverirne un altro, sottraendovi risorse.
  • 59 Paesi (39 in via di sviluppo, 20 ad alto reddito) hanno esercitato austerità attraverso operazioni di privatizzazione: il che implica minimali guadagni immediati (rispetto a quanto venduto, usualmente un servizio di pubblica utilità) ed enormi perdite future. Inoltre, la logica di aziendalizzazione di questi servizi contempla prezzi più alti ed investimenti più ridotti (per profitto), possibili licenziamenti e monopolizzazione del settore. Una perdita per tutti, meno che per gli acquirenti: non è incidentale che, ad esempio, il Regno Unito stia progressivamente ri-nazionalizzando la propria rete ferroviaria.
  • 33 Paesi (14 in via di sviluppo, 19 ad alto reddito) stanno valutando l’esplorazione di riforme sanitarie regressive, più parsimoniose: in un settore nel quale, però, non si dovrebbe né badare a spese, né ragionare secondo la logica del profitto.

Un orizzonte di senso di tipo politico

La disamina effettuata da Ortiz e Cummins è precisa, meticolosa, ed addebita una conclusione impietosa ai risultati delle politiche liberiste ed austere perseguite da moltissime nazioni dopo la crisi finanziaria del 2008. “La logica dell’austerità ha spinto i governi a ridimensionare le politiche sociali per realizzare risparmi a breve termine. Tuttavia, se la classe politica vuole davvero puntare a raggiungere una crescita ed uno sviluppo sostenibili, essa dovrebbe aumentare i propri programmi di spesa, e fare investimenti nelle persone dei loro Paesi”.

Inoltre, tali politiche non sarebbero neppure state necessarie, secondo i due studiosi: il che raddoppierebbe, fondamentalmente, i danni causati da queste ultime. All’origine delle scelte politiche dei governi di perseguire ciò che può essere enucleato come il danneggiamento silente e progressivo delle popolazioni con armi economiche, si colloca il sistema di pensiero che organismi come FMI e Banca Mondiale portano innanzi con tenacia e fermezza. La “tecnocratizzazione” del potere politico ha reso quest’ultimo sempre più labile, sterilizzando le decisioni popolari ed inserendo una sorta di pilota automatico alle scelte socio-economiche: tagli, scarsi investimenti, alta tassazione, risanamento del bilancio statale.

Nonostante i risultati poco confortanti, per utilizzare un eufemismo, le politiche di austerità paiono non essere ancora state messe in seria discussione: almeno, da parte di coloro che avrebbero il potere di non esercitarle. Il che ha condotto gli autori a riflettere sui vincitori di un modello perdente: normalizzare l’austerità, il competitivismo, il liberismo senza limiti ed il mercantilismo significa, per uno Stato, mettere in moto un circolo vizioso nel quale esso in persona perde di valore e di capacità d’azione, che invece pochissimi privati acquistano a suo discapito.

Tuttavia, l’austerità “auto-lesionista” non è l’unica soluzione: anzi, è proprio la meno auspicabile. Ortiz e Cummins riportano degli esempi virtuosi, o quanto meno differenti nella metodologia operativa, e che hanno avuto un successo sociale non indifferente:

  • “Costa Rica e Thailandia hanno riallocato le spese militari per finanziare l’assistenza sanitaria universale”;
  • “La Bolivia, la Mongolia e lo Zambia stanno finanziando pensioni per anziani universali, assegni familiari ed altro dalle imposte sull’estrazione di minerali e di gas naturale”, tassando non i consumi ma il reddito ed i profitti delle società e delle imprese;
  • “Più di sessanta Paesi hanno rinegoziato con successo il debito sovrano e più di venti Paesi – fra cui Ecuador, Islanda ed Iraq – hanno ripudiato il debito (spesso appartenente al settore privato, ma nazionalizzato), utilizzando i risparmi per finanziare lo sviluppo sociale”.

Ripensare il modello socio-economico che sta alla base dell’austerità è, nell’opinione degli autori, il miglior modo per combattere ineguaglianze, ingiustizie e debolezze che quest’ultima ha creato: il più difficile, il più di lungo termine, ma nondimeno il più necessario e, fattibilmente, il più efficace. Una crescita inclusiva, universale e sostenibile è naturalmente ambiziosa, ma proprio per tale motivo quanto mai auspicabile.

La chiusa di Ortiz e Cummins è granitica. Gli strumenti – economici e finanziari, ma soprattutto politici e (perché no?) anche giuridici – esistono, e con essi le conoscenze per adoperarli con contezza e coscienza: occorre per ciò stesso – sostengono gli autori – la consapevolezza di poterli utilizzare per il bene collettivo.