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Nel mondo degli economisti, tra la seconda metà del XX e l’inizio del XXI secolo è stata molto in voga l’applicazione agli Usa del celebre detto attribuito al principe Metternich sull’assonanza tra la salute politica della Francia e quella dell’Europa nell’età moderna: “quando l’America starnutisce, il mondo prende un raffreddore”. Ovvero qualsiasi cambiamento strutturale nell’economia e nella finanza Usa avrebbe finito, e finisce tuttora, per ripercuotersi sull’intero sistema-mondo.

Potrà questo applicarsi in futuro anche alla Cina? Le recenti dinamiche del mercato finanziario interno alla Repubblica Popolare lasciano presagire che tutto ciò non sia da escludere. Del resto, perchè stupirsi? La Cina è una vera e propria superpotenza economica, maggiore attore commerciale e industriale al mondo, detentrice di un settore tecnologico d’eccellenza e di quasi un quinto della popolazione del pianeta. Logico che, pur non avendo ancora raggiunto il livello di ramificazione degli States, Pechino possa essere considerata un vero e proprio market mover su scala globale. E alla luce della rapida ripresa dell’economia cinese dopo la pandemia non è affatto incomprensibile il fatto che i media di tutto il mondo si siano interessati con forza alle fibrillazioni vissute dalla Cina negli ultimi giorni. Che aprono questioni importanti sul futuro del Paese.

Partiamo dai fatti più recenti: nella seduta del 26 luglio la borsa di Hong Kong ha subito una notevole flessione (-4%) quasi pareggiata da quelle di Shenzen (-3%) e di Shanghai (-2,8%) per le tensioni legate alle nuove attività di regolamentazione del mercato introdotte dall’antitrust di Pechino. Nelle giornate successive il calo si è esteso e localizzato al tempo stesso, colpendo i titoli sottoposti a pressione regolatoria: l’Hang Seng di Hong Kong, complessivamente, è primatista di ribassi col -8%.

A partire dalla giornata di venerdì, ad esempio, il settore dell’istruzione privata nel Paese ha visto le aziende di riferimento perdere 16 miliardi di dollari di capitalizzazione dopo un giro di vite che ha imposto loro lo stop alla possibilità di fare profitti e di raccogliere capitali sul mercato; New Oriental Education, un colosso del settore, ha perso il 40% del suo valore. La mossa ha seguito analoghe strette che, ricorda il Financial Times, hanno riguardato i colossi del digitale (Alibaba in testa) e delle nuove tecnologie e diverse compagnie di servizi.

Anno dopo anno in Cina si ridimensiona il mantra “arricchirsi è glorioso” dell’era di Deng Xiaoping e lo Stato cinese ritorna ad essere presente per evitare abusi di posizione dominante nell’economia nazionale. Cui vuole esser garantita una crescita equilibrata dopo la pandemia.

E le azioni di questo tipo proseguono, come nota Milano Finanza: “le autorità di regolamentazione hanno ordinato alla Tencent Holdings di porre fine ai contratti di esclusiva con i detentori di copyright musicale entro 30 giorni. Un’altra ragione che ha fatto innervosire i mercati è il fatto che Pechino sta aumentando il giro di vite ai veicoli di finanziamento delle amministrazioni locali per mitigare i rischi di debito nascosto”, vera e propria palla al piede che il Partito comunista cinese da Pechino vuole veder rimossa per evitare sorprese alla periferia del suo potere o possibili crisi di legittimità.  La volontà di rafforzare il sistema, l’onda lunga delle campagne anti-corruzione di Xi Jinping, l’emersione di questioni strutturali legate a vecchi e annosi problemi si stanno sommando addensando sul futuro della Cina alcune nuvole.

In sostanza, Pechino non è certamente prossima a una crisi o a una problematica fase recessiva. Ma si trova di fronte al rischio di una sorta di “crisi di identità” qualora creasse al suo interno un sistema funzionante come economia di mercato a macchia di leopardo. Diviso tra aree in cui protezionismo e regolamentazioni frenano l’apertura internazionale e zone maggiormente dinamiche. Tale divergenza imporrebbe anche una riflessione sull’accessibilità della Cina come mercato negli anni a venire. La scelta di Pechino di regolamentare e ridimensionare la potente società di ride-hailing Didi, ritenuta di fatto la Uber cinese e partecipata dall’omologa di oltre Pacifico al 13% è stata giustificata che, con la sommatoria al capitale detenuto dalla giapponese SoftBank (21%) la Cina subisse di fatto la prima scalata straniera alla sua economia. Scelta intollerabile laddove il potere pubblico è il principale motore della crescita.

Come già altre decisioni quali i dazi all’export di acciaio, le regolamentazioni sulle aziende segnalano la volontà cinese di governare politicamente il capitalismo. Ma anche la necessità per il Paese di pensare uno sviluppo più equilibrato e coerente per il futuro. Per una nazione che punta a diventare la prima economia della terra questo è fondamentale. Il rischio di sterzate improvvise è che si vengano a creare crisi e fibrillazioni come quelle che hanno colpito le borse nella giornata del 26 luglio. Sfoghi di un dinamismo che la Cina deve riuscire a incanalare in forma costruttiva, evitando panico sui mercati.

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